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Urti relativistici

Fisica · Relatività ristretta Articolo

Percorso: Relatività ristretta · 10 di 12

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Indice

Urti senza conoscere le forze

Durante un urto agiscono forze intense e brevi, di cui spesso si sa pochissimo. Prima e dopo, lontano dalla zona dell’interazione, le particelle sono libere. Anche in meccanica classica gli urti si trattano senza risolvere le equazioni del moto: si impone che energia e quantità di moto totali siano le stesse prima e dopo, e si ricavano i vincoli tra le grandezze in gioco. In relatività si fa lo stesso con il quadrimpulso, e il fatto che il suo quadrato sia invariante rende molti calcoli sorprendentemente brevi.

Gli strumenti sono tre, tutti dell’articolo sui quadrivettori:

  • la conservazione del quadrimpulso totale, pprimaμ=pdopoμ\sum p^\mu_{\text{prima}} = \sum p^\mu_{\text{dopo}};
  • il quadrato del quadrimpulso di ogni particella, pp=m2c2p \cdot p = m^2c^2, nullo per le particelle senza massa;
  • la massa invariante del sistema, M2c2=PPM^2c^2 = P \cdot P, uguale prima e dopo l’urto, con MamaM \ge \sum_a m_a.

In relatività le parole cambiano un po’ significato. Un urto si dice elastico quando le particelle restano le stesse, anelastico quando se ne creano o se ne distruggono, e parte dell’energia cinetica diventa massa o viceversa. In ogni caso si conserva l’energia totale, masse comprese.

Nei conti conviene esprimere energie, quantità di moto per cc e masse per c2c^2 nella stessa unità, di solito MeV o GeV. Molti testi pongono direttamente c=1c = 1; qui le cc restano scritte.

Un trucco utile: il prodotto scalare in un sistema comodo

Il prodotto scalare di due quadrimpulsi ha lo stesso valore per tutti gli osservatori, quindi lo si può calcolare dove è più semplice. Se una delle due particelle, di massa mm, è ferma, pB=(mc,0)p_B = (mc, \mathbf 0) e

pApB=EAcmc=mEA,p_A \cdot p_B = \frac{E_A}{c}\,mc = mE_A ,

dove EAE_A è l’energia dell’altra particella in quel sistema. Per due fotoni di energie E1E_1 ed E2E_2 con direzioni che formano l’angolo θ\theta,

p1p2=E1E2c2p1p2=E1E2c2(1cosθ),p_1 \cdot p_2 = \frac{E_1E_2}{c^2} - \mathbf p_1\cdot\mathbf p_2 = \frac{E_1E_2}{c^2}\,(1 - \cos\theta),

perché pi=Ei/c|\mathbf p_i| = E_i/c.

L’effetto Compton

Nel 1923 Arthur Compton pubblicò le misure della luce diffusa da raggi X che colpivano un bersaglio di grafite: la radiazione diffusa aveva lunghezza d’onda maggiore di quella incidente, tanto maggiore quanto più grande era l’angolo di diffusione. Per un’onda classica la frequenza della luce diffusa dovrebbe essere la stessa. L’effetto si spiega trattando la luce come un fascio di fotoni, ciascuno con energia E=hν=hc/λE = h\nu = hc/\lambda e quantità di moto E/cE/c, che urtano uno alla volta elettroni praticamente liberi e fermi. Fu una conferma decisiva dell’ipotesi dei quanti di luce, avanzata da Einstein nel 1905.

Teorema (formula di Compton)

Un fotone di lunghezza d’onda λ\lambda urta un elettrone libero e fermo, di massa mm, ed è diffuso con un angolo θ\theta rispetto alla direzione iniziale. La lunghezza d’onda del fotone diffuso è

λ=λ+hmc(1cosθ).\lambda' = \lambda + \frac{h}{mc}\,(1 - \cos\theta).
Dimostrazione.

Siano pγp_\gamma e pep_e i quadrimpulsi del fotone e dell’elettrone prima dell’urto, pγp'_\gamma e pep'_e dopo. Per la conservazione del quadrimpulso pe=pγ+pepγp'_e = p_\gamma + p_e - p'_\gamma. Si calcola il quadrato dei due membri:

pepe=pγpγ+pepe+pγpγ+2pγpe2pγpγ2pepγ.p'_e \cdot p'_e = p_\gamma \cdot p_\gamma + p_e \cdot p_e + p'_\gamma \cdot p'_\gamma + 2\,p_\gamma \cdot p_e - 2\,p_\gamma \cdot p'_\gamma - 2\,p_e \cdot p'_\gamma .

Il primo membro e il termine pepep_e \cdot p_e valgono entrambi m2c2m^2c^2 e si cancellano; i quadrati dei quadrimpulsi dei fotoni sono nulli. Resta

pγpγ=pe(pγpγ).p_\gamma \cdot p'_\gamma = p_e \cdot \big(p_\gamma - p'_\gamma\big).

Nel sistema del laboratorio, dove l’elettrone è fermo, il primo membro vale (EE/c2)(1cosθ)(EE'/c^2)(1 - \cos\theta), con EE ed EE' le energie del fotone prima e dopo, e il secondo vale m(EE)m\,(E - E'). Quindi

EEc2(1cosθ)=m(EE)1E1E=1cosθmc2,\frac{EE'}{c^2}\,(1 - \cos\theta) = m\,(E - E') \quad\Longrightarrow\quad \frac{1}{E'} - \frac1E = \frac{1 - \cos\theta}{mc^2},

dividendo per mEEmEE'. Con E=hc/λE = hc/\lambda ed E=hc/λE' = hc/\lambda', moltiplicando per hchc si ottiene λλ=hmc(1cosθ)\lambda' - \lambda = \dfrac{h}{mc}\,(1 - \cos\theta).

Fine della dimostrazione.

Dalla stessa relazione si ricava l’energia del fotone diffuso,

E=E1+Emc2(1cosθ),E' = \frac{E}{1 + \dfrac{E}{mc^2}\,(1 - \cos\theta)},

e l’elettrone porta via la differenza EEE - E' come energia cinetica. Lo spostamento di lunghezza d’onda non dipende da λ\lambda: vale al massimo 2h/(mc)2h/(mc), all’indietro, e si nota solo quando λ\lambda non è troppo più grande di h/(mc)h/(mc). Per questo con la luce visibile, centinaia di nanometri, l’effetto è invisibile, mentre con i raggi X, qualche decina di picometri, si misura bene.

La lunghezza d’onda Compton

La grandezza che compare nella formula,

λC=hmc,\lambda_C = \frac{h}{mc},

si chiama lunghezza d’onda Compton della particella di massa mm; per l’elettrone vale circa 2,432{,}43 pm. È la lunghezza d’onda di un fotone la cui energia hc/λhc/\lambda è uguale all’energia a riposo mc2mc^2 della particella. Contiene sia cc, il segno della relatività, sia hh, il segno della meccanica quantistica, e segna il punto in cui i due effetti si presentano insieme.

Un modo di vederlo usa il principio di indeterminazione di Heisenberg, ΔxΔp\Delta x\,\Delta p \gtrsim \hbar. Confinare una particella in una regione di dimensioni Δx\Delta x rende incerta la sua quantità di moto di almeno /Δx\hbar/\Delta x. Quando questa incertezza arriva a mcmc, l’energia in gioco è confrontabile con mc2mc^2, e basta a creare nuove particelle della stessa massa. Succede per Δx/(mc)=λC/2π\Delta x \approx \hbar/(mc) = \lambda_C/2\pi. Non è una dimostrazione, ma indica perché sotto quelle distanze la descrizione di una singola particella che non si crea e non si distrugge smette di funzionare, e serve la teoria quantistica dei campi.

L’energia di soglia

Un urto può produrre particelle nuove solo se c’è abbastanza energia. Il minimo non è semplicemente la somma delle energie a riposo delle particelle da creare, perché la quantità di moto totale si conserva e parte dell’energia resta necessariamente sotto forma di energia cinetica.

Teorema (energia di soglia su bersaglio fermo)

Una particella di massa mAm_A ed energia EAE_A urta una particella di massa mBm_B ferma. Una reazione che produce particelle di masse con somma MfM_f è possibile solo se

EAMf2mA2mB22mBc2.E_A \ge \frac{M_f^2 - m_A^2 - m_B^2}{2m_B}\,c^2 .

Il valore minimo si raggiunge quando, nel sistema del centro di massa, le particelle finali sono tutte ferme.

Dimostrazione.

La massa invariante del sistema prima dell’urto è data da

PP=(pA+pB)(pA+pB)=mA2c2+mB2c2+2pApB=mA2c2+mB2c2+2mBEA,P \cdot P = (p_A + p_B) \cdot (p_A + p_B) = m_A^2c^2 + m_B^2c^2 + 2\,p_A \cdot p_B = m_A^2c^2 + m_B^2c^2 + 2m_BE_A,

usando per il prodotto scalare il sistema in cui BB è ferma. Il quadrimpulso totale si conserva, quindi lo stesso PPP \cdot P è la massa invariante al quadrato, per c2c^2, delle particelle finali. Per la proposizione sulla massa invariante PPMf2c2P \cdot P \ge M_f^2c^2, con l’uguaglianza quando le particelle finali hanno tutte la stessa velocità, cioè quando sono tutte ferme nel sistema del centro di massa. Allora mA2c2+mB2c2+2mBEAMf2c2m_A^2c^2 + m_B^2c^2 + 2m_BE_A \ge M_f^2c^2, che è la tesi.

Fine della dimostrazione.

Il caso storico è la produzione dell’antiprotone. Un protone veloce colpisce un protone fermo, e per conservare la carica elettrica e il numero di barioni l’antiprotone nasce insieme a un protone in più:

p+pp+p+p+pˉ.p + p \to p + p + p + \bar p .

Con mA=mB=mm_A = m_B = m e Mf=4mM_f = 4m il teorema dà EA(162)mc2/2=7mc2E_A \ge (16 - 2)\,mc^2/2 = 7\,mc^2. Con mc2=938,3mc^2 = 938{,}3 MeV l’energia totale minima del protone incidente è circa 6,576{,}57 GeV, e l’energia cinetica minima 6mc25,636\,mc^2 \approx 5{,}63 GeV: sei volte l’energia a riposo, per creare due particelle. Il Bevatron di Berkeley fu costruito per superare questa soglia, e nel 1955 Chamberlain e Segrè vi scoprirono l’antiprotone.

Se invece i due protoni si scontrano frontalmente con la stessa energia EE, il laboratorio è già il sistema del centro di massa: P=0\mathbf P = 0 e PP=4E2/c2P \cdot P = 4E^2/c^2. La condizione PP16m2c2P \cdot P \ge 16m^2c^2 diventa E2mc2E \ge 2mc^2, cioè un’energia cinetica di mc2mc^2 per ciascun protone. Nei collisori tutta l’energia è disponibile per creare particelle, e per questo le macchine più potenti, come il Large Hadron Collider, sono anelli con due fasci che si scontrano.

Corollario (un fotone da solo non crea una coppia)

Un fotone isolato non può trasformarsi in una coppia elettrone-positrone, qualunque sia la sua energia.

Dimostrazione.

Il quadrimpulso totale prima è quello del fotone, con PP=0P \cdot P = 0. Dopo, la massa invariante di elettrone e positrone soddisfa PP(2mec)2>0P \cdot P \ge (2m_ec)^2 > 0. Il quadrato del quadrimpulso non può essere nullo prima e positivo dopo.

Fine della dimostrazione.

La creazione di coppie da parte di fotoni avviene davvero, ma sempre vicino a un’altra particella, di solito un nucleo, che assorbe quantità di moto. Con un nucleo di massa MmeM \gg m_e fermo, il teorema con mA=0m_A = 0 e Mf=M+2meM_f = M + 2m_eEγ2mec2(1+me/M)E_\gamma \ge 2m_ec^2\,(1 + m_e/M): poco più di 1,0221{,}022 MeV. Con un elettrone come bersaglio la soglia sale a 4mec22,044\,m_ec^2 \approx 2{,}04 MeV, come nell’esercizio 4.

I decadimenti in due corpi

Una particella di massa MM ferma che decade in due particelle ha quadrimpulso P=(Mc,0)P = (Mc, \mathbf 0). Le due particelle prodotte hanno quantità di moto opposte, e le loro energie sono fissate.

Proposizione (energie in un decadimento a due corpi)

Nel decadimento di una particella ferma di massa MM in due particelle di masse m1m_1 ed m2m_2, l’energia della prima è

E1=M2+m12m222Mc2,E_1 = \frac{M^2 + m_1^2 - m_2^2}{2M}\,c^2,

e quella della seconda si ottiene scambiando m1m_1 e m2m_2.

Dimostrazione.

Per la conservazione, p2=Pp1p_2 = P - p_1. Il quadrato è

m22c2=PP+p1p12Pp1=M2c2+m12c22ME1,m_2^2c^2 = P \cdot P + p_1 \cdot p_1 - 2\,P \cdot p_1 = M^2c^2 + m_1^2c^2 - 2ME_1,

dove Pp1=(Mc)(E1/c)=ME1P \cdot p_1 = (Mc)(E_1/c) = ME_1 perché la particella che decade è ferma. Ricavando E1E_1 si ottiene la formula.

Fine della dimostrazione.

Il decadimento del pione carico in un muone e un neutrino, π+μ++νμ\pi^+ \to \mu^+ + \nu_\mu, ne è un esempio. Con mπc2=139,57m_\pi c^2 = 139{,}57 MeV, mμc2=105,66m_\mu c^2 = 105{,}66 MeV e la massa del neutrino trascurabile, il muone ha energia (139,572+105,662)/(2139,57)(139{,}57^2 + 105{,}66^2)/(2 \cdot 139{,}57) MeV 109,78\approx 109{,}78 MeV, cioè un’energia cinetica di circa 4,124{,}12 MeV, sempre la stessa. Il neutrino porta via i restanti 29,7929{,}79 MeV. In un decadimento in tre corpi, come quello del neutrone, le energie non sono fissate e si distribuiscono su un intervallo: fu proprio lo spettro continuo degli elettroni del decadimento beta a far ipotizzare a Pauli, nel 1930, l’esistenza del neutrino.

Esercizi risolti e commentati

Esercizio 1. Raggi X di lunghezza d’onda 71,171{,}1 pm sono diffusi da elettroni fermi. Calcola la lunghezza d’onda diffusa a 90°90° e l’energia cinetica dell’elettrone. Usa hc=1239,84hc = 1239{,}84 eV·nm e mec2=511,0m_ec^2 = 511{,}0 keV.

La lunghezza d’onda Compton è λC=hc/(mec2)=1239,84 eV⋅nm/511000 eV2,43\lambda_C = hc/(m_ec^2) = 1239{,}84\ \text{eV·nm}/511\,000\ \text{eV} \approx 2{,}43 pm. A 90°90° il coseno è nullo e λ=71,1+2,4373,5\lambda' = 71{,}1 + 2{,}43 \approx 73{,}5 pm.

Le energie del fotone sono E=1239,84/0,0711E = 1239{,}84/0{,}0711 eV 17,44\approx 17{,}44 keV ed E=1239,84/0,07353E' = 1239{,}84/0{,}07353 eV 16,86\approx 16{,}86 keV. L’elettrone riceve la differenza, circa 575575 eV.

Commento: lo spostamento è del 3%3\% circa, facile da misurare con uno spettrometro a cristallo, ed è quello che Compton misurò. L’elettrone ha un’energia cinetica di poche centinaia di elettronvolt, molto minore della sua energia a riposo: qui la relatività serve per il fotone, mentre per l’elettrone basterebbe la meccanica classica.

Esercizio 2. Un fotone da 511511 keV, l’energia dei fotoni prodotti dall’annichilazione di un positrone, subisce effetto Compton su un elettrone fermo. Qual è l’energia massima che può cedere all’elettrone?

L’energia ceduta è massima quando quella del fotone diffuso è minima, cioè per θ=180°\theta = 180°, con 1cosθ=21 - \cos\theta = 2:

E=E1+2E/(mec2)=511 keV1+2170 keV.E' = \frac{E}{1 + 2E/(m_ec^2)} = \frac{511\ \text{keV}}{1 + 2} \approx 170\ \text{keV}.

L’elettrone riceve al massimo 511170=341511 - 170 = 341 keV.

Commento: nei rivelatori di raggi gamma questo valore si chiama spalla Compton: gli elettroni colpiti dai fotoni che escono dal rivelatore dopo una sola diffusione lasciano energie distribuite da 00 fino a 341341 keV, e lì lo spettro si interrompe bruscamente. Il fotone non può mai cedere tutta la sua energia a un elettrone libero in un solo urto, perché la quantità di moto non si conserverebbe.

Esercizio 3. Quale energia cinetica minima deve avere un protone per produrre un antiprotone urtando un protone fermo? E quale energia cinetica deve avere ciascun protone in un collisore simmetrico? Usa mpc2=938,3m_pc^2 = 938{,}3 MeV.

Su bersaglio fermo, dal teorema, l’energia totale minima è 7mpc265687\,m_pc^2 \approx 6568 MeV, e l’energia cinetica 6mpc256306\,m_pc^2 \approx 5630 MeV =5,63= 5{,}63 GeV. In un collisore simmetrico ogni protone deve avere energia totale 2mpc22\,m_pc^2, cioè energia cinetica mpc2938m_pc^2 \approx 938 MeV.

Commento: sul bersaglio fermo servono 5,635{,}63 GeV di energia cinetica, contro 2×0,942 \times 0{,}94 GeV nel collisore. Il rapporto peggiora al crescere dell’energia: su bersaglio fermo l’energia disponibile nel centro di massa cresce come la radice dell’energia del fascio, nel collisore cresce proporzionalmente.

Esercizio 4. Qual è l’energia minima di un fotone che produce una coppia elettrone-positrone urtando un elettrone fermo, γ+ee+e+e+\gamma + e^- \to e^- + e^- + e^+?

Nel teorema mA=0m_A = 0, mB=mem_B = m_e ed Mf=3meM_f = 3m_e:

Eγ9me2me22mec2=4mec22,04 MeV.E_\gamma \ge \frac{9m_e^2 - m_e^2}{2m_e}\,c^2 = 4\,m_ec^2 \approx 2{,}04\ \text{MeV}.

Commento: servirebbero solo 2mec2=1,0222\,m_ec^2 = 1{,}022 MeV per creare le due particelle nuove, ma il bersaglio è leggero, e deve portare via una quantità di moto confrontabile con la sua massa: metà dell’energia del fotone finisce in energia cinetica. Con un nucleo pesante come bersaglio la soglia scende quasi a 1,0221{,}022 MeV, perché il nucleo assorbe la quantità di moto spendendo pochissima energia.

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