Urti relativistici
Percorso: Relatività ristretta · 10 di 12
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Indice
Urti senza conoscere le forze
Durante un urto agiscono forze intense e brevi, di cui spesso si sa pochissimo. Prima e dopo, lontano dalla zona dell’interazione, le particelle sono libere. Anche in meccanica classica gli urti si trattano senza risolvere le equazioni del moto: si impone che energia e quantità di moto totali siano le stesse prima e dopo, e si ricavano i vincoli tra le grandezze in gioco. In relatività si fa lo stesso con il quadrimpulso, e il fatto che il suo quadrato sia invariante rende molti calcoli sorprendentemente brevi.
Gli strumenti sono tre, tutti dell’articolo sui quadrivettori:
- la conservazione del quadrimpulso totale, ;
- il quadrato del quadrimpulso di ogni particella, , nullo per le particelle senza massa;
- la massa invariante del sistema, , uguale prima e dopo l’urto, con .
In relatività le parole cambiano un po’ significato. Un urto si dice elastico quando le particelle restano le stesse, anelastico quando se ne creano o se ne distruggono, e parte dell’energia cinetica diventa massa o viceversa. In ogni caso si conserva l’energia totale, masse comprese.
Nei conti conviene esprimere energie, quantità di moto per e masse per nella stessa unità, di solito MeV o GeV. Molti testi pongono direttamente ; qui le restano scritte.
Un trucco utile: il prodotto scalare in un sistema comodo
Il prodotto scalare di due quadrimpulsi ha lo stesso valore per tutti gli osservatori, quindi lo si può calcolare dove è più semplice. Se una delle due particelle, di massa , è ferma, e
dove è l’energia dell’altra particella in quel sistema. Per due fotoni di energie ed con direzioni che formano l’angolo ,
perché .
L’effetto Compton
Nel 1923 Arthur Compton pubblicò le misure della luce diffusa da raggi X che colpivano un bersaglio di grafite: la radiazione diffusa aveva lunghezza d’onda maggiore di quella incidente, tanto maggiore quanto più grande era l’angolo di diffusione. Per un’onda classica la frequenza della luce diffusa dovrebbe essere la stessa. L’effetto si spiega trattando la luce come un fascio di fotoni, ciascuno con energia e quantità di moto , che urtano uno alla volta elettroni praticamente liberi e fermi. Fu una conferma decisiva dell’ipotesi dei quanti di luce, avanzata da Einstein nel 1905.
Teorema (formula di Compton)
Un fotone di lunghezza d’onda urta un elettrone libero e fermo, di massa , ed è diffuso con un angolo rispetto alla direzione iniziale. La lunghezza d’onda del fotone diffuso è
Siano e i quadrimpulsi del fotone e dell’elettrone prima dell’urto, e dopo. Per la conservazione del quadrimpulso . Si calcola il quadrato dei due membri:
Il primo membro e il termine valgono entrambi e si cancellano; i quadrati dei quadrimpulsi dei fotoni sono nulli. Resta
Nel sistema del laboratorio, dove l’elettrone è fermo, il primo membro vale , con ed le energie del fotone prima e dopo, e il secondo vale . Quindi
dividendo per . Con ed , moltiplicando per si ottiene .
Fine della dimostrazione.
Dalla stessa relazione si ricava l’energia del fotone diffuso,
e l’elettrone porta via la differenza come energia cinetica. Lo spostamento di lunghezza d’onda non dipende da : vale al massimo , all’indietro, e si nota solo quando non è troppo più grande di . Per questo con la luce visibile, centinaia di nanometri, l’effetto è invisibile, mentre con i raggi X, qualche decina di picometri, si misura bene.
La lunghezza d’onda Compton
La grandezza che compare nella formula,
si chiama lunghezza d’onda Compton della particella di massa ; per l’elettrone vale circa pm. È la lunghezza d’onda di un fotone la cui energia è uguale all’energia a riposo della particella. Contiene sia , il segno della relatività, sia , il segno della meccanica quantistica, e segna il punto in cui i due effetti si presentano insieme.
Un modo di vederlo usa il principio di indeterminazione di Heisenberg, . Confinare una particella in una regione di dimensioni rende incerta la sua quantità di moto di almeno . Quando questa incertezza arriva a , l’energia in gioco è confrontabile con , e basta a creare nuove particelle della stessa massa. Succede per . Non è una dimostrazione, ma indica perché sotto quelle distanze la descrizione di una singola particella che non si crea e non si distrugge smette di funzionare, e serve la teoria quantistica dei campi.
L’energia di soglia
Un urto può produrre particelle nuove solo se c’è abbastanza energia. Il minimo non è semplicemente la somma delle energie a riposo delle particelle da creare, perché la quantità di moto totale si conserva e parte dell’energia resta necessariamente sotto forma di energia cinetica.
Teorema (energia di soglia su bersaglio fermo)
Una particella di massa ed energia urta una particella di massa ferma. Una reazione che produce particelle di masse con somma è possibile solo se
Il valore minimo si raggiunge quando, nel sistema del centro di massa, le particelle finali sono tutte ferme.
La massa invariante del sistema prima dell’urto è data da
usando per il prodotto scalare il sistema in cui è ferma. Il quadrimpulso totale si conserva, quindi lo stesso è la massa invariante al quadrato, per , delle particelle finali. Per la proposizione sulla massa invariante , con l’uguaglianza quando le particelle finali hanno tutte la stessa velocità, cioè quando sono tutte ferme nel sistema del centro di massa. Allora , che è la tesi.
Fine della dimostrazione.
Il caso storico è la produzione dell’antiprotone. Un protone veloce colpisce un protone fermo, e per conservare la carica elettrica e il numero di barioni l’antiprotone nasce insieme a un protone in più:
Con e il teorema dà . Con MeV l’energia totale minima del protone incidente è circa GeV, e l’energia cinetica minima GeV: sei volte l’energia a riposo, per creare due particelle. Il Bevatron di Berkeley fu costruito per superare questa soglia, e nel 1955 Chamberlain e Segrè vi scoprirono l’antiprotone.
Se invece i due protoni si scontrano frontalmente con la stessa energia , il laboratorio è già il sistema del centro di massa: e . La condizione diventa , cioè un’energia cinetica di per ciascun protone. Nei collisori tutta l’energia è disponibile per creare particelle, e per questo le macchine più potenti, come il Large Hadron Collider, sono anelli con due fasci che si scontrano.
Corollario (un fotone da solo non crea una coppia)
Un fotone isolato non può trasformarsi in una coppia elettrone-positrone, qualunque sia la sua energia.
Il quadrimpulso totale prima è quello del fotone, con . Dopo, la massa invariante di elettrone e positrone soddisfa . Il quadrato del quadrimpulso non può essere nullo prima e positivo dopo.
Fine della dimostrazione.
La creazione di coppie da parte di fotoni avviene davvero, ma sempre vicino a un’altra particella, di solito un nucleo, che assorbe quantità di moto. Con un nucleo di massa fermo, il teorema con e dà : poco più di MeV. Con un elettrone come bersaglio la soglia sale a MeV, come nell’esercizio 4.
I decadimenti in due corpi
Una particella di massa ferma che decade in due particelle ha quadrimpulso . Le due particelle prodotte hanno quantità di moto opposte, e le loro energie sono fissate.
Proposizione (energie in un decadimento a due corpi)
Nel decadimento di una particella ferma di massa in due particelle di masse ed , l’energia della prima è
e quella della seconda si ottiene scambiando e .
Per la conservazione, . Il quadrato è
dove perché la particella che decade è ferma. Ricavando si ottiene la formula.
Fine della dimostrazione.
Il decadimento del pione carico in un muone e un neutrino, , ne è un esempio. Con MeV, MeV e la massa del neutrino trascurabile, il muone ha energia MeV MeV, cioè un’energia cinetica di circa MeV, sempre la stessa. Il neutrino porta via i restanti MeV. In un decadimento in tre corpi, come quello del neutrone, le energie non sono fissate e si distribuiscono su un intervallo: fu proprio lo spettro continuo degli elettroni del decadimento beta a far ipotizzare a Pauli, nel 1930, l’esistenza del neutrino.
Esercizi risolti e commentati
Esercizio 1. Raggi X di lunghezza d’onda pm sono diffusi da elettroni fermi. Calcola la lunghezza d’onda diffusa a e l’energia cinetica dell’elettrone. Usa eV·nm e keV.
La lunghezza d’onda Compton è pm. A il coseno è nullo e pm.
Le energie del fotone sono eV keV ed eV keV. L’elettrone riceve la differenza, circa eV.
Commento: lo spostamento è del circa, facile da misurare con uno spettrometro a cristallo, ed è quello che Compton misurò. L’elettrone ha un’energia cinetica di poche centinaia di elettronvolt, molto minore della sua energia a riposo: qui la relatività serve per il fotone, mentre per l’elettrone basterebbe la meccanica classica.
Esercizio 2. Un fotone da keV, l’energia dei fotoni prodotti dall’annichilazione di un positrone, subisce effetto Compton su un elettrone fermo. Qual è l’energia massima che può cedere all’elettrone?
L’energia ceduta è massima quando quella del fotone diffuso è minima, cioè per , con :
L’elettrone riceve al massimo keV.
Commento: nei rivelatori di raggi gamma questo valore si chiama spalla Compton: gli elettroni colpiti dai fotoni che escono dal rivelatore dopo una sola diffusione lasciano energie distribuite da fino a keV, e lì lo spettro si interrompe bruscamente. Il fotone non può mai cedere tutta la sua energia a un elettrone libero in un solo urto, perché la quantità di moto non si conserverebbe.
Esercizio 3. Quale energia cinetica minima deve avere un protone per produrre un antiprotone urtando un protone fermo? E quale energia cinetica deve avere ciascun protone in un collisore simmetrico? Usa MeV.
Su bersaglio fermo, dal teorema, l’energia totale minima è MeV, e l’energia cinetica MeV GeV. In un collisore simmetrico ogni protone deve avere energia totale , cioè energia cinetica MeV.
Commento: sul bersaglio fermo servono GeV di energia cinetica, contro GeV nel collisore. Il rapporto peggiora al crescere dell’energia: su bersaglio fermo l’energia disponibile nel centro di massa cresce come la radice dell’energia del fascio, nel collisore cresce proporzionalmente.
Esercizio 4. Qual è l’energia minima di un fotone che produce una coppia elettrone-positrone urtando un elettrone fermo, ?
Nel teorema , ed :
Commento: servirebbero solo MeV per creare le due particelle nuove, ma il bersaglio è leggero, e deve portare via una quantità di moto confrontabile con la sua massa: metà dell’energia del fotone finisce in energia cinetica. Con un nucleo pesante come bersaglio la soglia scende quasi a MeV, perché il nucleo assorbe la quantità di moto spendendo pochissima energia.
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