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Coordinate e tensore metrico

Fisica · Relatività generale Articolo

Percorso: Relatività generale · 3 di 13

Prima di questo, potrebbe interessarti: Il tempo e la luce in un campo gravitazionale , Quadrivettori e tensore metrico

Indice

Perché partire dagli spazi piatti

Gli articoli precedenti sono arrivati a un’idea: la gravità si descrive come curvatura dello spaziotempo, e nelle equazioni di Einstein al posto del potenziale gravitazionale c’è il tensore metrico. Per dare un senso preciso a «curvo» bisogna prima saper misurare le distanze in uno spazio qualsiasi, con coordinate qualsiasi. Questo articolo lo fa negli spazi piatti, dove l’intuizione aiuta: la retta, il piano, lo spazio ordinario e alla fine lo spaziotempo di Minkowski. Gli strumenti che ne escono, cioè le componenti controvarianti e covarianti, il tensore metrico e la sua legge di trasformazione, sono gli stessi che serviranno negli spazi curvi.

Coordinate e cambi di coordinate

Per fare geometria con i numeri si mette lo spazio in corrispondenza biunivoca con Rn\mathbb R^n: a ogni punto si associano nn numeri, le sue coordinate, e nn è la dimensione dello spazio. La corrispondenza si chiama carta, o mappa, e se ne possono scegliere infinite. Si chiede che sia continua e derivabile, così che abbiano senso le funzioni dei punti e le loro derivate. La teoria rigorosa di questi spazi, quella delle varietà differenziabili, va oltre il percorso.

In una dimensione, per esempio su una retta, due sistemi di coordinate xx e xx' sono legati da una funzione x=x(x)x = x(x') invertibile e derivabile, con dx/dxdx/dx' mai nullo. Due punti vicini hanno coordinate xx e x+dxx + dx nel primo sistema, xx' e x+dxx' + dx' nel secondo.

Proposizione (differenziali e derivate)

Al primo ordine le differenze di coordinate si trasformano come

dx=dxdxdx,dx = \frac{dx}{dx'}\,dx',

mentre le derivate di una funzione derivabile ff si trasformano con il coefficiente inverso:

dfdx=dxdxdfdx.\frac{df}{dx} = \frac{dx'}{dx}\,\frac{df}{dx'} .
Dimostrazione.

La prima è la definizione di differenziale della funzione x(x)x(x'): x(x+dx)x(x)=(dx/dx)dxx(x' + dx') - x(x') = (dx/dx')\,dx' a meno di termini di ordine superiore in dxdx'. Per la seconda si considera ff come funzione di xx' attraverso xx e si applica la regola di derivazione delle funzioni composte, df/dx=(df/dx)(dx/dx)df/dx' = (df/dx)(dx/dx'). Per il teorema della funzione inversa dx/dx=1/(dx/dx)dx'/dx = 1/(dx/dx'); moltiplicando i due membri per dx/dxdx'/dx si ottiene la tesi.

Fine della dimostrazione.

Da qui vengono i nomi. Si misuri una retta in centimetri, con la coordinata xx', e in pollici, con la coordinata xx: x=2,54xx' = 2{,}54\,x. Il pollice è l’unità più grande, e in pollici lo stesso punto ha una coordinata più piccola. Le differenze di coordinate variano in senso contrario all’unità, e si dicono controvarianti. La derivata di una funzione, per esempio della temperatura lungo una sbarra, è invece 2,542{,}54 volte più grande in gradi al pollice che in gradi al centimetro, perché la distanza sta al denominatore: varia come l’unità, e si dice covariante.

La distanza lungo una retta

La differenza tra le coordinate di due punti non è la loro distanza, perché le coordinate si possono assegnare come si vuole, anche con un’unità che cambia da un punto all’altro. Si fissino sulla retta un’origine OO e un’unità di lunghezza L0L_0, e al punto che sta a distanza ss da OO, con segno, si dia la coordinata

x=3(es/L01),cioeˋs=L0ln ⁣(1+x3).x = 3\left(e^{s/L_0} - 1\right), \qquad\text{cioè}\qquad s = L_0 \ln\!\left(1 + \frac x3\right).

Il segmento tra x=3x = 3 e x=5x = 5 e quello tra x=6x = 6 e x=9x = 9 hanno differenze di coordinate 22 e 33, ma la stessa lunghezza: L0ln(8/6)=L0ln(12/9)=L0ln(4/3)L_0\ln(8/6) = L_0\ln(12/9) = L_0\ln(4/3).

Una coordinata non uniforme su una retta Una retta orizzontale con le tacche dei valori interi della coordinata x, da 0 a 10. Le tacche sono sempre più fitte verso destra. Sopra la retta due segmenti della stessa lunghezza: il segmento AB, in blu, va dalla tacca 3 alla tacca 5, e sopra c'è scritto delta x uguale a 2; il segmento A′B′, in arancione, va dalla tacca 6 alla tacca 9, e sopra c'è scritto delta x uguale a 3. x 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 A B A′ B′ Δx = 2 Δx = 3

Una retta con la coordinata non uniforme x=3(es/L01)x = 3(e^{s/L_0} - 1): le tacche dei valori interi di xx si addensano verso destra. Il segmento ABAB, in blu, va da x=3x = 3 a x=5x = 5; il segmento ABA'B', in arancione, da x=6x = 6 a x=9x = 9. Le differenze di coordinate sono 22 e 33, le lunghezze sono uguali.

La distanza va definita con una misura: si prende un regolo come unità e si conta quante volte va accostato per passare da un punto all’altro. Quando le distanze si sanno misurare, si cerca come ricavarle dalle coordinate. Su un tratto abbastanza corto la distanza è proporzionale alla differenza di coordinate, con un fattore che può cambiare lungo la retta.

Definizione (metrica in una dimensione)

La metrica di una coordinata xx su una retta è la funzione positiva g(x)g(x) tale che la distanza tra i punti di coordinate xx e x+dxx + dx sia, al primo ordine,

dl2=g(x)dx2.dl^2 = g(x)\,dx^2 .

La lunghezza del tratto tra xAx_A e xBx_B è allora L=xAxBg(x)dxL = \int_{x_A}^{x_B}\sqrt{g(x)}\,dx.

Si trova scritto anche dl=g(x)dxdl = g(x)\,dx, con un gg che è la radice quadrata di quello usato qui; la forma con i quadrati è quella che si estende a più dimensioni. Nell’esempio dl=L0dx/(x+3)dl = L_0\,dx/(x + 3), quindi g(x)=L02/(x+3)2g(x) = L_0^2/(x + 3)^2.

Proposizione (la metrica cambia con le coordinate)

Se x=x(x)x = x(x'), la metrica nella coordinata xx' è

g(x)=g(x)(dxdx)2.g'(x') = g(x)\left(\frac{dx}{dx'}\right)^2 .
Dimostrazione.

La distanza tra due punti vicini è un risultato di misura e non dipende dalle coordinate. Per la proposizione sui differenziali, dl2=g(x)dx2=g(x)(dx/dx)2dx2dl^2 = g(x)\,dx^2 = g(x)\,(dx/dx')^2\,dx'^2, e il coefficiente di dx2dx'^2 è per definizione g(x)g'(x').

Fine della dimostrazione.

La metrica si trasforma con due fattori dx/dxdx/dx', come il prodotto di due derivate: è covariante due volte. In più dimensioni questa osservazione diventa la legge di trasformazione del tensore metrico.

Coordinate cartesiane

Nel piano la distanza tra due punti è la lunghezza minima tra quelle dei percorsi che li uniscono, e il percorso che la realizza è la retta. Con questa sola nozione si costruiscono le coordinate cartesiane. Si traccia una retta, l’asse xx, e da un punto AA fuori da essa si considerano tutte le rette che la incontrano: quella per cui la distanza tra AA e il punto d’incontro è minima si dice perpendicolare all’asse xx, ed è l’asse yy. Le coordinate di un punto PP sono le distanze dall’origine, con segno, dei piedi delle perpendicolari condotte da PP ai due assi, misurate con lo stesso regolo su entrambi.

Tra i punti (x,y)(x, y) e (x+dx,y+dy)(x + dx, y + dy) la distanza è data dal teorema di Pitagora,

ds2=dx2+dy2,ds^2 = dx^2 + dy^2 ,

e la stessa formula vale per differenze finite, perché i coefficienti non dipendono dal punto. Uno spazio in cui vale si dice euclideo, o piatto. Con i versori degli assi ux\mathbf u_x e uy\mathbf u_y lo spostamento è dr=dxux+dyuyd\mathbf r = dx\,\mathbf u_x + dy\,\mathbf u_y, le componenti dxdx e dydy sono i prodotti scalari di drd\mathbf r con i versori, e drdrd\mathbf r\cdot d\mathbf r ridà il teorema di Pitagora.

Coordinate oblique e base reciproca

Le coordinate oblique contano anche per quelle curvilinee, che in una regione piccola si comportano come oblique. Nello spazio euclideo a nn dimensioni si prende come base un insieme di nn vettori linearmente indipendenti e1,,en\mathbf e_1, \dots, \mathbf e_n, di lunghezze qualsiasi e non ortogonali tra loro. Ogni vettore si scrive

A=Akek,\mathbf A = A^k\,\mathbf e_k ,

con la convenzione di Einstein già usata nell’articolo sui quadrivettori: un indice ripetuto, una volta in alto e una volta in basso, è sommato su tutti i suoi valori. Einstein la introdusse nel 1916, nell’articolo in cui espose la relatività generale: in quelle formule si somma sempre sugli indici che compaiono due volte, e il simbolo di somma si può omettere. I numeri AkA^k sono le componenti controvarianti di A\mathbf A. Se la base non è ortonormale, AkA^k non è il prodotto scalare Aek\mathbf A\cdot\mathbf e_k, e per ricavarlo serve una seconda base.

Definizione (base reciproca)

Data la base ek\mathbf e_k, si pone gik=eiekg_{ik} = \mathbf e_i\cdot\mathbf e_k. Una base reciproca è un insieme di vettori ei\mathbf e^i tali che

eiek=δki,\mathbf e^i\cdot\mathbf e_k = \delta^i_k ,

dove δki\delta^i_k vale 11 se i=ki = k e 00 altrimenti.

Proposizione (esistenza della base reciproca)

La matrice gikg_{ik} è invertibile. Indicata con gikg^{ik} la sua inversa, i vettori ei=gikek\mathbf e^i = g^{ik}\,\mathbf e_k formano l’unica base reciproca di ek\mathbf e_k, e gik=eiekg^{ik} = \mathbf e^i\cdot\mathbf e^k.

Dimostrazione.

Se gikck=0g_{ik}c^k = 0 per certi numeri ckc^k, moltiplicando per cic^i e sommando si ha cigikck=(ciei)(ckek)=ckek2=0c^ig_{ik}c^k = (c^i\mathbf e_i)\cdot(c^k\mathbf e_k) = |c^k\mathbf e_k|^2 = 0. Quindi ckek=0c^k\mathbf e_k = \mathbf 0 e, perché la base è formata da vettori indipendenti, tutti i ckc^k sono nulli. Una matrice quadrata che manda in zero solo il vettore nullo è invertibile.

Con ei=gijej\mathbf e^i = g^{ij}\mathbf e_j si ha eiek=gijgjk=δki\mathbf e^i\cdot\mathbf e_k = g^{ij}g_{jk} = \delta^i_k. Se anche i vettori fi\mathbf f^i soddisfano la definizione, il vettore v=eifi\mathbf v = \mathbf e^i - \mathbf f^i è ortogonale a tutti gli ek\mathbf e_k; scrivendolo come v=vkek\mathbf v = v^k\mathbf e_k si ha vv=vk(vek)=0\mathbf v\cdot\mathbf v = v^k\,(\mathbf v\cdot\mathbf e_k) = 0, quindi v=0\mathbf v = \mathbf 0. I vettori ei\mathbf e^i sono nn e si ottengono dalla base con una matrice invertibile, quindi sono a loro volta una base. Infine eiek=gijejek=gijδjk=gik\mathbf e^i\cdot\mathbf e^k = g^{ij}\,\mathbf e_j\cdot\mathbf e^k = g^{ij}\delta^k_j = g^{ik}.

Fine della dimostrazione.

In due dimensioni e1\mathbf e^1 è perpendicolare a e2\mathbf e_2 e e2\mathbf e^2 è perpendicolare a e1\mathbf e_1. Con la base reciproca si trovano le componenti.

Proposizione (componenti controvarianti e covarianti)

Ogni vettore si scrive nei due modi

A=Akek=Akek,Ai=Aei,Ai=Aei,\mathbf A = A^k\,\mathbf e_k = A_k\,\mathbf e^k, \qquad A^i = \mathbf A\cdot\mathbf e^i, \qquad A_i = \mathbf A\cdot\mathbf e_i ,

e le due specie di componenti sono legate da

Ai=gikAk,Ai=gikAk.A_i = g_{ik}\,A^k, \qquad A^i = g^{ik}\,A_k .
Dimostrazione.

Da A=Akek\mathbf A = A^k\mathbf e_k si ha Aei=Akekei=Akδki=Ai\mathbf A\cdot\mathbf e^i = A^k\,\mathbf e_k\cdot\mathbf e^i = A^k\delta^i_k = A^i. Il vettore B=A(Aek)ek\mathbf B = \mathbf A - (\mathbf A\cdot\mathbf e_k)\,\mathbf e^k soddisfa Bej=Aej(Aek)δjk=0\mathbf B\cdot\mathbf e_j = \mathbf A\cdot\mathbf e_j - (\mathbf A\cdot\mathbf e_k)\,\delta^k_j = 0 per ogni jj, quindi, come nella dimostrazione precedente, B=0\mathbf B = \mathbf 0: è la scrittura A=Akek\mathbf A = A_k\mathbf e^k con Ak=AekA_k = \mathbf A\cdot\mathbf e_k. Poi Ai=Aei=Akekei=gikAkA_i = \mathbf A\cdot\mathbf e_i = A^k\,\mathbf e_k\cdot\mathbf e_i = g_{ik}A^k, perché il prodotto scalare è simmetrico, e Ai=Aei=gikAek=gikAkA^i = \mathbf A\cdot\mathbf e^i = g^{ik}\,\mathbf A\cdot\mathbf e_k = g^{ik}A_k.

Fine della dimostrazione.

Sono due descrizioni dello stesso vettore su due basi diverse. In una base ortonormale gik=δikg_{ik} = \delta_{ik}, la base reciproca coincide con la base e le due specie di componenti sono uguali: per questo con le coordinate cartesiane la distinzione non serve.

Componenti controvarianti e covarianti in coordinate oblique Due assi, x¹ orizzontale e x² inclinato di 60 gradi, escono dall'origine O. Il vettore A parte da O e punta in alto a destra. Due linee tratteggiate grigie, parallele agli assi, vanno dalla punta di A agli assi e individuano i punti blu delle componenti controvarianti: A¹ uguale a 2 sull'asse x¹ e A² uguale a 1 sull'asse x². Due linee tratteggiate arancioni, perpendicolari agli assi, individuano i punti arancioni delle componenti covarianti: A₁ uguale a 2,5 sull'asse x¹ e A₂ uguale a 2 sull'asse x². Su ogni asse il punto arancione è più lontano da O di quello blu. A O θ A¹ = 2 A₁ = 2,5 A² = 1 A₂ = 2

Le due specie di componenti di un vettore A\mathbf A in una base di vettori unitari lungo gli assi x1x^1 e x2x^2, che formano un angolo di 60°. Le componenti controvarianti, in blu, si leggono tracciando dalla punta di A\mathbf A le parallele agli assi: A=2e1+e2\mathbf A = 2\,\mathbf e_1 + \mathbf e_2, quindi A1=2A^1 = 2 e A2=1A^2 = 1. Le componenti covarianti, in arancione, sono i prodotti scalari Aek\mathbf A\cdot\mathbf e_k, cioè le proiezioni perpendicolari sugli assi: A1=2,5A_1 = 2{,}5 e A2=2A_2 = 2. Con assi perpendicolari i due punti su ciascun asse coinciderebbero.

Il tensore metrico

Teorema (distanza in coordinate oblique)

Tra i punti xieix^i\,\mathbf e_i e (xi+dxi)ei(x^i + dx^i)\,\mathbf e_i la distanza è

ds2=gikdxidxk=gikdxidxk=dxidxi,ds^2 = g_{ik}\,dx^i\,dx^k = g^{ik}\,dx_i\,dx_k = dx_i\,dx^i ,

dove dxi=gikdxkdx_i = g_{ik}\,dx^k sono le componenti covarianti dello spostamento.

Dimostrazione.

Lo spostamento è dr=dxiei=dxkekd\mathbf r = dx^i\,\mathbf e_i = dx_k\,\mathbf e^k, per la proposizione sulle componenti, e ds2=drdrds^2 = d\mathbf r\cdot d\mathbf r. Usando due volte la prima scrittura, ds2=dxidxkeiek=gikdxidxkds^2 = dx^i\,dx^k\,\mathbf e_i\cdot\mathbf e_k = g_{ik}\,dx^i\,dx^k. Usando due volte la seconda, ds2=dxidxkeiek=gikdxidxkds^2 = dx_i\,dx_k\,\mathbf e^i\cdot\mathbf e^k = g^{ik}\,dx_i\,dx_k. Usandole una per volta, ds2=dxidxkeiek=dxidxkδik=dxidxids^2 = dx^i\,dx_k\,\mathbf e_i\cdot\mathbf e^k = dx^i\,dx_k\,\delta^k_i = dx_i\,dx^i.

Fine della dimostrazione.

I coefficienti gikg_{ik} formano il tensore metrico, e gikg^{ik} ne è la forma controvariante. Il nome «tensore» si giustificherà nell’articolo sui tensori; per ora è la tabella di numeri che trasforma le differenze di coordinate in distanze e che alza e abbassa gli indici. È simmetrico, gik=gkig_{ik} = g_{ki}, perché lo è il prodotto scalare. In due dimensioni, con vettori di base unitari che formano l’angolo θ\theta,

gik=(1cosθcosθ1),ds2=(dx1)2+(dx2)2+2cosθdx1dx2,g_{ik} = \begin{pmatrix} 1 & \cos\theta \\ \cos\theta & 1 \end{pmatrix}, \qquad ds^2 = (dx^1)^2 + (dx^2)^2 + 2\cos\theta\,dx^1dx^2 ,

che è il teorema di Carnot, l’estensione del teorema di Pitagora ai triangoli qualsiasi. Con assi perpendicolari il tensore metrico è la matrice identità.

Coordinate curvilinee

Nel piano non c’è motivo di limitarsi alle rette: si possono usare coordinate le cui linee sono curve. Negli spazi piatti è una scelta di comodo, perché esistono sempre coordinate cartesiane che coprono tutto lo spazio. Negli spazi curvi, come si vedrà nel prossimo articolo, non è così. Sulla superficie di una sfera si usano meridiani e paralleli, e coordinate cartesiane si possono usare solo in una regione piccola, dove la superficie si confonde con il piano tangente, e in modo approssimato. In relatività generale la gravità è curvatura, e le coordinate curvilinee non si possono evitare.

Proposizione (metrica in coordinate curvilinee)

Se la posizione r\mathbf r di un punto dello spazio euclideo è una funzione derivabile delle coordinate xix^i, la distanza tra punti vicini è

ds2=gik(x)dxidxk,gik=eiek,ei=rxi.ds^2 = g_{ik}(x)\,dx^i\,dx^k, \qquad g_{ik} = \mathbf e_i\cdot\mathbf e_k, \qquad \mathbf e_i = \frac{\partial\mathbf r}{\partial x^i} .
Dimostrazione.

Al primo ordine dr=(r/xi)dxi=dxieid\mathbf r = (\partial\mathbf r/\partial x^i)\,dx^i = dx^i\,\mathbf e_i, e ds2=drdr=gikdxidxkds^2 = d\mathbf r\cdot d\mathbf r = g_{ik}\,dx^i\,dx^k, come nel teorema sulle coordinate oblique.

Fine della dimostrazione.

I vettori ei\mathbf e_i sono tangenti alle linee coordinate e cambiano da un punto all’altro. In ogni regione piccola le coordinate curvilinee sono coordinate oblique, con una base diversa in ogni punto, e il tensore metrico diventa una funzione del punto.

Nelle coordinate polari del piano un punto è individuato dalla distanza RR da un punto fisso, il polo, e dall’angolo θ\theta che la semiretta dal polo al punto forma con una semiretta di riferimento, positivo in senso antiorario. Le linee a θ\theta costante sono semirette uscenti dal polo, quelle a RR costante sono circonferenze centrate nel polo, e si incontrano sempre ad angolo retto.

Corollario (metrica in coordinate polari)

In coordinate polari

ds2=dR2+R2dθ2,gik=(100R2).ds^2 = dR^2 + R^2\,d\theta^2, \qquad g_{ik} = \begin{pmatrix} 1 & 0 \\ 0 & R^2 \end{pmatrix}.
Dimostrazione.

Con il polo nell’origine di un sistema cartesiano e la semiretta di riferimento sull’asse xx, r=(Rcosθ, Rsinθ)\mathbf r = (R\cos\theta,\ R\sin\theta). Allora eR=r/R=(cosθ, sinθ)\mathbf e_R = \partial\mathbf r/\partial R = (\cos\theta,\ \sin\theta) ed eθ=r/θ=(Rsinθ, Rcosθ)\mathbf e_\theta = \partial\mathbf r/\partial\theta = (-R\sin\theta,\ R\cos\theta), da cui eReR=1\mathbf e_R\cdot\mathbf e_R = 1, eθeθ=R2\mathbf e_\theta\cdot\mathbf e_\theta = R^2 ed eReθ=0\mathbf e_R\cdot\mathbf e_\theta = 0.

Fine della dimostrazione.

L'elemento di distanza in coordinate polari Una griglia di coordinate polari nel primo quadrante: archi di circonferenza centrati nel polo O e semirette uscenti da O a 30, 60 e 90 gradi, più una semiretta tratteggiata a 45 gradi. È evidenziata la cella compresa tra due archi consecutivi e tra le semirette a 30 e a 45 gradi. Il suo lato lungo il raggio, in blu, è indicato con dR; il suo lato ad arco, in blu, con R dθ. La diagonale della cella, in arancione, è ds. Vicino al polo un arco indica l'angolo θ tra l'asse orizzontale e la semiretta a 30 gradi, e sul segmento da O alla cella è scritto R. O θ R dR R dθ ds

Una griglia di coordinate polari: semirette uscenti dal polo OO e archi di circonferenza centrati in OO. La cella evidenziata va da RR a R+dRR + dR e da θ\theta a θ+dθ\theta + d\theta. Il lato lungo il raggio misura dRdR, l’arco misura RdθR\,d\theta, perché un angolo in radianti è il rapporto tra l’arco e il raggio. I due lati sono perpendicolari, e per celle piccole la diagonale dsds si ottiene con il teorema di Pitagora: ds2=dR2+R2dθ2ds^2 = dR^2 + R^2d\theta^2. Nel disegno la cella è molto più grande di un elemento infinitesimo.

L’elemento gθθ=R2g_{\theta\theta} = R^2 dice che a parità di dθd\theta lo spostamento è tanto più lungo quanto più ci si allontana dal polo. Nel polo si annulla, e lì le coordinate polari non individuano più il punto in modo unico: θ\theta può avere qualsiasi valore.

Resta da vedere come cambia il tensore metrico quando si cambiano le coordinate.

Teorema (legge di trasformazione del tensore metrico)

Se le coordinate xix^i e xax'^a sono legate da funzioni derivabili e invertibili xi=xi(x)x^i = x^i(x'), i tensori metrici nei due sistemi sono legati da

gab(x)=xixaxkxb  gik(x).g'_{ab}(x') = \frac{\partial x^i}{\partial x'^a}\,\frac{\partial x^k}{\partial x'^b}\;g_{ik}(x) .
Dimostrazione.

La distanza tra due punti vicini non dipende dalle coordinate. Al primo ordine dxi=(xi/xa)dxadx^i = (\partial x^i/\partial x'^a)\,dx'^a, quindi

ds2=gikdxidxk=xixaxkxbgikdxadxb=habdxadxb,ds^2 = g_{ik}\,dx^i\,dx^k = \frac{\partial x^i}{\partial x'^a}\,\frac{\partial x^k}{\partial x'^b}\,g_{ik}\,dx'^a\,dx'^b = h_{ab}\,dx'^a\,dx'^b ,

dove habh_{ab} indica il coefficiente di dxadxbdx'^a\,dx'^b, simmetrico in aa e bb. D’altra parte ds2=gabdxadxbds^2 = g'_{ab}\,dx'^a\,dx'^b, quindi la matrice simmetrica mab=habgabm_{ab} = h_{ab} - g'_{ab} soddisfa mabdxadxb=0m_{ab}\,dx'^a\,dx'^b = 0 per ogni scelta dei numeri dxadx'^a. Scegliendo un solo dxadx'^a uguale a 11 e gli altri nulli si ottiene maa=0m_{aa} = 0; scegliendo dxa=dxb=1dx'^a = dx'^b = 1 con aba \ne b e gli altri nulli si ottiene maa+mbb+2mab=0m_{aa} + m_{bb} + 2m_{ab} = 0, quindi mab=0m_{ab} = 0. Allora gab=habg'_{ab} = h_{ab}.

Fine della dimostrazione.

È la legge trovata in una dimensione, con un fattore di trasformazione per ciascun indice. Applicata al passaggio dalle coordinate cartesiane, con gik=δikg_{ik} = \delta_{ik}, a quelle polari, con x=Rcosθx = R\cos\theta e y=Rsinθy = R\sin\theta, ridà la metrica polare: gRR=cos2θ+sin2θ=1g'_{RR} = \cos^2\theta + \sin^2\theta = 1, gθθ=R2sin2θ+R2cos2θ=R2g'_{\theta\theta} = R^2\sin^2\theta + R^2\cos^2\theta = R^2 e gRθ=Rcosθsinθ+Rsinθcosθ=0g'_{R\theta} = -R\cos\theta\sin\theta + R\sin\theta\cos\theta = 0.

Gli spazi piatti

Definizione (spazio piatto)

Uno spazio è piatto se esiste un sistema di coordinate che lo copre tutto e in cui il tensore metrico è la matrice identità in ogni punto.

Il piano descritto in coordinate polari resta piatto, perché le coordinate cartesiane x=Rcosθx = R\cos\theta, y=Rsinθy = R\sin\theta riportano il tensore metrico all’identità. Guardando le componenti di gikg_{ik} in un certo sistema di coordinate, in generale, non si capisce se lo spazio è piatto: il tensore metrico polare dipende dal punto, eppure il piano è piatto. Servirà una grandezza che non dipende dalle coordinate, la curvatura, che arriverà con il tensore di Riemann. Per le coordinate oblique invece la risposta è semplice.

Proposizione (riduzione delle coordinate oblique)

Se in un sistema di coordinate il tensore metrico ha componenti costanti, e ds2=gikdxidxkds^2 = g_{ik}\,dx^i\,dx^k è positivo per ogni spostamento non nullo, esiste una trasformazione lineare delle coordinate dopo la quale il tensore metrico è la matrice identità.

Dimostrazione.

Si scrive il tensore metrico come matrice simmetrica GG e la trasformazione lineare come xi=Miaxax^i = M^i{}_a\,x'^a. Allora xi/xa=Mia\partial x^i/\partial x'^a = M^i{}_a, e per la legge di trasformazione G=MTGMG' = M^{\mathsf T}GM. Per il teorema spettrale esiste una matrice ortogonale QQ con G=QDQTG = QDQ^{\mathsf T} e DD diagonale. Gli elementi di DD sono gli autovalori di GG, e sono tutti positivi: se Gv=λvG\mathbf v = \lambda\mathbf v con v\mathbf v non nullo, λv2=vTGv\lambda|\mathbf v|^2 = \mathbf v^{\mathsf T}G\mathbf v, positivo per ipotesi. Si sceglie M=QD1/2M = QD^{-1/2}, dove D1/2D^{-1/2} è la matrice diagonale con gli inversi delle radici degli autovalori. Allora G=D1/2QTQDQTQD1/2=D1/2DD1/2=IG' = D^{-1/2}Q^{\mathsf T}\,QDQ^{\mathsf T}\,QD^{-1/2} = D^{-1/2}DD^{-1/2} = I.

Fine della dimostrazione.

Lo spaziotempo di Minkowski

In fisica classica le distanze e gli intervalli di tempo sono due invarianti separati. In relatività non lo è nessuno dei due, e l’unica grandezza invariante è l’intervallo, che mescola spazio e tempo. Lo spaziotempo di Minkowski è uno spazio a quattro dimensioni i cui punti sono eventi, con coordinate x0=ctx^0 = ct, x1=xx^1 = x, x2=yx^2 = y, x3=zx^3 = z, e il ruolo della distanza lo ha l’intervallo:

ds2=c2dt2dx2dy2dz2=gμνdxμdxν,gμν=(1000010000100001).ds^2 = c^2dt^2 - dx^2 - dy^2 - dz^2 = g_{\mu\nu}\,dx^\mu\,dx^\nu, \qquad g_{\mu\nu} = \begin{pmatrix} 1 & 0 & 0 & 0 \\ 0 & -1 & 0 & 0 \\ 0 & 0 & -1 & 0 \\ 0 & 0 & 0 & -1 \end{pmatrix}.

Gli indici greci vanno da 00 a 33, come nell’articolo sui quadrivettori. La differenza con lo spazio euclideo sta nei segni: ds2ds^2 può essere positivo, nullo o negativo, e il tensore metrico non si può ridurre all’identità con nessun cambio di coordinate. Che il numero di segni negativi non cambi è la legge d’inerzia di Sylvester, un teorema di algebra lineare che qui non si dimostra. Lo spaziotempo di Minkowski si dice comunque piatto, perché esistono coordinate che lo coprono tutto in cui il tensore metrico ha questa forma diagonale e costante: sono le coordinate degli osservatori inerziali, dette anche galileiane.

Anche nello spaziotempo le coordinate curvilinee cambiano l’aspetto del tensore metrico senza cambiare la geometria. In coordinate sferiche

ds2=c2dt2dr2r2dθ2r2sin2θdφ2,ds^2 = c^2dt^2 - dr^2 - r^2d\theta^2 - r^2\sin^2\theta\,d\varphi^2 ,

e nelle coordinate di un osservatore che ruota, come mostra l’esercizio 3, il tensore metrico ha elementi fuori dalla diagonale e g00g_{00} dipende dalla distanza dall’asse. Per il principio di equivalenza un campo gravitazionale si presenta nello stesso modo, come un tensore metrico che cambia da un punto all’altro. La differenza è che un campo gravitazionale vero, con le sue accelerazioni di marea, non si elimina con nessun cambio di coordinate: lì lo spaziotempo è curvo. I prossimi articoli costruiscono gli strumenti per dirlo con precisione, a partire dalla curvatura delle superfici.

Esercizi risolti e commentati

Esercizio 1. In un piano si usano coordinate oblique con vettori di base unitari che formano un angolo di 60°. Un vettore ha componenti controvarianti A1=2A^1 = 2 e A2=1A^2 = 1. Calcola le componenti covarianti, la forma controvariante del tensore metrico e il modulo del vettore.

Con cosθ=1/2\cos\theta = 1/2 il tensore metrico ha g11=g22=1g_{11} = g_{22} = 1 e g12=g21=1/2g_{12} = g_{21} = 1/2. Le componenti covarianti sono A1=g11A1+g12A2=2+1/2=5/2A_1 = g_{11}A^1 + g_{12}A^2 = 2 + 1/2 = 5/2 e A2=g21A1+g22A2=1+1=2A_2 = g_{21}A^1 + g_{22}A^2 = 1 + 1 = 2. Il determinante di gikg_{ik} è 11/4=3/41 - 1/4 = 3/4, e l’inversa è

gik=43(11/21/21)=(4/32/32/34/3).g^{ik} = \frac43\begin{pmatrix} 1 & -1/2 \\ -1/2 & 1 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 4/3 & -2/3 \\ -2/3 & 4/3 \end{pmatrix}.

Verifica: A1=g11A1+g12A2=10/34/3=2A^1 = g^{11}A_1 + g^{12}A_2 = 10/3 - 4/3 = 2. Il quadrato del modulo è AiAi=(5/2)2+21=7A_iA^i = (5/2)\cdot 2 + 2\cdot 1 = 7, quindi A=72,65|\mathbf A| = \sqrt 7 \approx 2{,}65.

Commento: il modulo si controlla con il teorema di Carnot, A2=22+12+22112=7|\mathbf A|^2 = 2^2 + 1^2 + 2\cdot 2\cdot 1\cdot\tfrac12 = 7. L’errore più comune è calcolarlo come (A1)2+(A2)2=5(A^1)^2 + (A^2)^2 = 5, che vale solo con assi perpendicolari. La base reciproca è e1=g11e1+g12e2\mathbf e^1 = g^{11}\mathbf e_1 + g^{12}\mathbf e_2, e2=g21e1+g22e2\mathbf e^2 = g^{21}\mathbf e_1 + g^{22}\mathbf e_2: ciascun vettore è perpendicolare all’asse dell’altro indice e lungo 4/31,15\sqrt{4/3} \approx 1{,}15.

Esercizio 2. Calcola la lunghezza della spirale di Archimede R=aθR = a\theta, con aa costante, da θ=0\theta = 0 a θ=2π\theta = 2\pi.

Lungo la curva dR=adθdR = a\,d\theta, e il tensore metrico polare dà ds2=dR2+R2dθ2=a2(1+θ2)dθ2ds^2 = dR^2 + R^2d\theta^2 = a^2(1 + \theta^2)\,d\theta^2. Allora

L=a02π1+θ2dθ=a2[θ1+θ2+ln ⁣(θ+1+θ2)]02πa2(39,975+2,537)21,26a.L = a\int_0^{2\pi}\sqrt{1 + \theta^2}\,d\theta = \frac a2\Big[\theta\sqrt{1 + \theta^2} + \ln\!\big(\theta + \sqrt{1 + \theta^2}\big)\Big]_0^{2\pi} \approx \frac a2\,(39{,}975 + 2{,}537) \approx 21{,}26\,a .

La primitiva si verifica derivando: la derivata di θ1+θ2\theta\sqrt{1 + \theta^2} è 1+θ2+θ2/1+θ2\sqrt{1 + \theta^2} + \theta^2/\sqrt{1 + \theta^2}, quella del logaritmo è 1/1+θ21/\sqrt{1 + \theta^2}, e la somma è 21+θ22\sqrt{1 + \theta^2}.

Commento: in coordinate cartesiane bisognerebbe derivare x=aθcosθx = a\theta\cos\theta e y=aθsinθy = a\theta\sin\theta e poi semplificare la somma dei quadrati; il tensore metrico polare fa quella semplificazione una volta per tutte. Un controllo sull’ordine di grandezza: la spirale è più lunga del segmento tra i suoi estremi, 2πa6,28a2\pi a \approx 6{,}28\,a, e più corta di 02π(aθ+a)dθ=a(2π2+2π)26,0a\int_0^{2\pi}(a\theta + a)\,d\theta = a(2\pi^2 + 2\pi) \approx 26{,}0\,a, perché 1+θ21+θ\sqrt{1 + \theta^2} \le 1 + \theta.

Esercizio 3. Un osservatore ruota con velocità angolare ω\omega attorno all’asse zz di un sistema inerziale e usa le coordinate (t,x,y,z)(t, x', y', z), legate a quelle inerziali da x=xcosωtysinωtx = x'\cos\omega t - y'\sin\omega t e y=xsinωt+ycosωty = x'\sin\omega t + y'\cos\omega t. Scrivi l’intervallo in queste coordinate e trova il ritmo di un orologio fermo per l’osservatore a distanza rr dall’asse.

Con C=cosωtC = \cos\omega t e S=sinωtS = \sin\omega t,

dx=CdxSdyω(Sx+Cy)dt,dy=Sdx+Cdy+ω(CxSy)dt.dx = C\,dx' - S\,dy' - \omega\,(Sx' + Cy')\,dt, \qquad dy = S\,dx' + C\,dy' + \omega\,(Cx' - Sy')\,dt .

Sommando i quadrati, i termini senza dtdt danno dx2+dy2dx'^2 + dy'^2, quelli in dt2dt^2 danno ω2(x2+y2)dt2\omega^2(x'^2 + y'^2)\,dt^2, e i doppi prodotti danno 2ω(xdyydx)dt2\omega\,(x'dy' - y'dx')\,dt. Quindi

ds2=(c2ω2(x2+y2))dt22ω(xdyydx)dtdx2dy2dz2.ds^2 = \big(c^2 - \omega^2(x'^2 + y'^2)\big)\,dt^2 - 2\omega\,(x'dy' - y'dx')\,dt - dx'^2 - dy'^2 - dz^2 .

Con x0=ctx^0 = ct e r2=x2+y2r^2 = x'^2 + y'^2 si legge g00=1ω2r2/c2g_{00} = 1 - \omega^2r^2/c^2, g01=g10=ωy/cg_{01} = g_{10} = \omega y'/c e g02=g20=ωx/cg_{02} = g_{20} = -\omega x'/c. Per un orologio fermo nelle coordinate rotanti dx=dy=dz=0dx' = dy' = dz = 0, e il suo tempo proprio è dτ=ds/c=1ω2r2/c2  dtd\tau = ds/c = \sqrt{1 - \omega^2r^2/c^2}\;dt.

Commento: dal sistema inerziale è la dilatazione dei tempi della relatività ristretta, con la velocità v=ωrv = \omega r dell’orologio. Per l’osservatore che ruota l’orologio è fermo, e a rallentarlo è il potenziale della forza centrifuga, Φ=ω2r2/2\Phi = -\omega^2r^2/2: al primo ordine dτ=(1+Φ/c2)dtd\tau = (1 + \Phi/c^2)\,dt, la formula del campo gravitazionale dell’articolo precedente. Lo spaziotempo è piatto, ma in queste coordinate il tensore metrico dipende dal punto e non è diagonale. L’effetto è piccolo: su un disco che gira a ω=1000\omega = 1000 rad/s, a r=10r = 10 cm dall’asse, ω2r2/(2c2)5,6×1014\omega^2r^2/(2c^2) \approx 5{,}6 \times 10^{-14}.

Esercizio 4. Scrivi in coordinate polari le componenti covarianti e controvarianti del gradiente della funzione f=xyf = xy, e verifica che il modulo è quello che si trova in coordinate cartesiane.

In coordinate polari f=R2sinθcosθ=12R2sin2θf = R^2\sin\theta\cos\theta = \tfrac12 R^2\sin 2\theta. Le componenti covarianti del gradiente sono le derivate parziali: da df=fdr=(fei)dxidf = \nabla f\cdot d\mathbf r = (\nabla f\cdot\mathbf e_i)\,dx^i segue f/xi=fei\partial f/\partial x^i = \nabla f\cdot\mathbf e_i. Quindi

(f)R=fR=Rsin2θ,(f)θ=fθ=R2cos2θ.(\nabla f)_R = \frac{\partial f}{\partial R} = R\sin 2\theta, \qquad (\nabla f)_\theta = \frac{\partial f}{\partial\theta} = R^2\cos 2\theta .

Con gRR=1g^{RR} = 1 e gθθ=1/R2g^{\theta\theta} = 1/R^2 le componenti controvarianti sono (f)R=Rsin2θ(\nabla f)^R = R\sin 2\theta e (f)θ=cos2θ(\nabla f)^\theta = \cos 2\theta. Il quadrato del modulo è (f)i(f)i=R2sin22θ+R2cos22θ=R2(\nabla f)_i(\nabla f)^i = R^2\sin^2 2\theta + R^2\cos^2 2\theta = R^2. In coordinate cartesiane f=(y, x)\nabla f = (y,\ x) e f2=x2+y2=R2|\nabla f|^2 = x^2 + y^2 = R^2.

Commento: le derivate di una funzione sono componenti covarianti, come diceva già la proposizione su differenziali e derivate. Nella base ei\mathbf e_i le componenti non hanno tutte le stesse dimensioni: (f)θ(\nabla f)_\theta ha le dimensioni di ff, (f)R(\nabla f)_R quelle di ff diviso una lunghezza. La componente lungo il versore tangente alla circonferenza, eθ/R\mathbf e_\theta/R, è (f)θ/R=Rcos2θ(\nabla f)_\theta/R = R\cos 2\theta: quella che si troverebbe con un ragionamento geometrico diretto.

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