Coordinate e tensore metrico
Percorso: Relatività generale · 3 di 13
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Indice
Perché partire dagli spazi piatti
Gli articoli precedenti sono arrivati a un’idea: la gravità si descrive come curvatura dello spaziotempo, e nelle equazioni di Einstein al posto del potenziale gravitazionale c’è il tensore metrico. Per dare un senso preciso a «curvo» bisogna prima saper misurare le distanze in uno spazio qualsiasi, con coordinate qualsiasi. Questo articolo lo fa negli spazi piatti, dove l’intuizione aiuta: la retta, il piano, lo spazio ordinario e alla fine lo spaziotempo di Minkowski. Gli strumenti che ne escono, cioè le componenti controvarianti e covarianti, il tensore metrico e la sua legge di trasformazione, sono gli stessi che serviranno negli spazi curvi.
Coordinate e cambi di coordinate
Per fare geometria con i numeri si mette lo spazio in corrispondenza biunivoca con : a ogni punto si associano numeri, le sue coordinate, e è la dimensione dello spazio. La corrispondenza si chiama carta, o mappa, e se ne possono scegliere infinite. Si chiede che sia continua e derivabile, così che abbiano senso le funzioni dei punti e le loro derivate. La teoria rigorosa di questi spazi, quella delle varietà differenziabili, va oltre il percorso.
In una dimensione, per esempio su una retta, due sistemi di coordinate e sono legati da una funzione invertibile e derivabile, con mai nullo. Due punti vicini hanno coordinate e nel primo sistema, e nel secondo.
Proposizione (differenziali e derivate)
Al primo ordine le differenze di coordinate si trasformano come
mentre le derivate di una funzione derivabile si trasformano con il coefficiente inverso:
La prima è la definizione di differenziale della funzione : a meno di termini di ordine superiore in . Per la seconda si considera come funzione di attraverso e si applica la regola di derivazione delle funzioni composte, . Per il teorema della funzione inversa ; moltiplicando i due membri per si ottiene la tesi.
Fine della dimostrazione.
Da qui vengono i nomi. Si misuri una retta in centimetri, con la coordinata , e in pollici, con la coordinata : . Il pollice è l’unità più grande, e in pollici lo stesso punto ha una coordinata più piccola. Le differenze di coordinate variano in senso contrario all’unità, e si dicono controvarianti. La derivata di una funzione, per esempio della temperatura lungo una sbarra, è invece volte più grande in gradi al pollice che in gradi al centimetro, perché la distanza sta al denominatore: varia come l’unità, e si dice covariante.
La distanza lungo una retta
La differenza tra le coordinate di due punti non è la loro distanza, perché le coordinate si possono assegnare come si vuole, anche con un’unità che cambia da un punto all’altro. Si fissino sulla retta un’origine e un’unità di lunghezza , e al punto che sta a distanza da , con segno, si dia la coordinata
Il segmento tra e e quello tra e hanno differenze di coordinate e , ma la stessa lunghezza: .
Una retta con la coordinata non uniforme : le tacche dei valori interi di si addensano verso destra. Il segmento , in blu, va da a ; il segmento , in arancione, da a . Le differenze di coordinate sono e , le lunghezze sono uguali.
La distanza va definita con una misura: si prende un regolo come unità e si conta quante volte va accostato per passare da un punto all’altro. Quando le distanze si sanno misurare, si cerca come ricavarle dalle coordinate. Su un tratto abbastanza corto la distanza è proporzionale alla differenza di coordinate, con un fattore che può cambiare lungo la retta.
Definizione (metrica in una dimensione)
La metrica di una coordinata su una retta è la funzione positiva tale che la distanza tra i punti di coordinate e sia, al primo ordine,
La lunghezza del tratto tra e è allora .
Si trova scritto anche , con un che è la radice quadrata di quello usato qui; la forma con i quadrati è quella che si estende a più dimensioni. Nell’esempio , quindi .
Proposizione (la metrica cambia con le coordinate)
Se , la metrica nella coordinata è
La distanza tra due punti vicini è un risultato di misura e non dipende dalle coordinate. Per la proposizione sui differenziali, , e il coefficiente di è per definizione .
Fine della dimostrazione.
La metrica si trasforma con due fattori , come il prodotto di due derivate: è covariante due volte. In più dimensioni questa osservazione diventa la legge di trasformazione del tensore metrico.
Coordinate cartesiane
Nel piano la distanza tra due punti è la lunghezza minima tra quelle dei percorsi che li uniscono, e il percorso che la realizza è la retta. Con questa sola nozione si costruiscono le coordinate cartesiane. Si traccia una retta, l’asse , e da un punto fuori da essa si considerano tutte le rette che la incontrano: quella per cui la distanza tra e il punto d’incontro è minima si dice perpendicolare all’asse , ed è l’asse . Le coordinate di un punto sono le distanze dall’origine, con segno, dei piedi delle perpendicolari condotte da ai due assi, misurate con lo stesso regolo su entrambi.
Tra i punti e la distanza è data dal teorema di Pitagora,
e la stessa formula vale per differenze finite, perché i coefficienti non dipendono dal punto. Uno spazio in cui vale si dice euclideo, o piatto. Con i versori degli assi e lo spostamento è , le componenti e sono i prodotti scalari di con i versori, e ridà il teorema di Pitagora.
Coordinate oblique e base reciproca
Le coordinate oblique contano anche per quelle curvilinee, che in una regione piccola si comportano come oblique. Nello spazio euclideo a dimensioni si prende come base un insieme di vettori linearmente indipendenti , di lunghezze qualsiasi e non ortogonali tra loro. Ogni vettore si scrive
con la convenzione di Einstein già usata nell’articolo sui quadrivettori: un indice ripetuto, una volta in alto e una volta in basso, è sommato su tutti i suoi valori. Einstein la introdusse nel 1916, nell’articolo in cui espose la relatività generale: in quelle formule si somma sempre sugli indici che compaiono due volte, e il simbolo di somma si può omettere. I numeri sono le componenti controvarianti di . Se la base non è ortonormale, non è il prodotto scalare , e per ricavarlo serve una seconda base.
Definizione (base reciproca)
Data la base , si pone . Una base reciproca è un insieme di vettori tali che
dove vale se e altrimenti.
Proposizione (esistenza della base reciproca)
La matrice è invertibile. Indicata con la sua inversa, i vettori formano l’unica base reciproca di , e .
Se per certi numeri , moltiplicando per e sommando si ha . Quindi e, perché la base è formata da vettori indipendenti, tutti i sono nulli. Una matrice quadrata che manda in zero solo il vettore nullo è invertibile.
Con si ha . Se anche i vettori soddisfano la definizione, il vettore è ortogonale a tutti gli ; scrivendolo come si ha , quindi . I vettori sono e si ottengono dalla base con una matrice invertibile, quindi sono a loro volta una base. Infine .
Fine della dimostrazione.
In due dimensioni è perpendicolare a e è perpendicolare a . Con la base reciproca si trovano le componenti.
Proposizione (componenti controvarianti e covarianti)
Ogni vettore si scrive nei due modi
e le due specie di componenti sono legate da
Da si ha . Il vettore soddisfa per ogni , quindi, come nella dimostrazione precedente, : è la scrittura con . Poi , perché il prodotto scalare è simmetrico, e .
Fine della dimostrazione.
Sono due descrizioni dello stesso vettore su due basi diverse. In una base ortonormale , la base reciproca coincide con la base e le due specie di componenti sono uguali: per questo con le coordinate cartesiane la distinzione non serve.
Le due specie di componenti di un vettore in una base di vettori unitari lungo gli assi e , che formano un angolo di 60°. Le componenti controvarianti, in blu, si leggono tracciando dalla punta di le parallele agli assi: , quindi e . Le componenti covarianti, in arancione, sono i prodotti scalari , cioè le proiezioni perpendicolari sugli assi: e . Con assi perpendicolari i due punti su ciascun asse coinciderebbero.
Il tensore metrico
Teorema (distanza in coordinate oblique)
Tra i punti e la distanza è
dove sono le componenti covarianti dello spostamento.
Lo spostamento è , per la proposizione sulle componenti, e . Usando due volte la prima scrittura, . Usando due volte la seconda, . Usandole una per volta, .
Fine della dimostrazione.
I coefficienti formano il tensore metrico, e ne è la forma controvariante. Il nome «tensore» si giustificherà nell’articolo sui tensori; per ora è la tabella di numeri che trasforma le differenze di coordinate in distanze e che alza e abbassa gli indici. È simmetrico, , perché lo è il prodotto scalare. In due dimensioni, con vettori di base unitari che formano l’angolo ,
che è il teorema di Carnot, l’estensione del teorema di Pitagora ai triangoli qualsiasi. Con assi perpendicolari il tensore metrico è la matrice identità.
Coordinate curvilinee
Nel piano non c’è motivo di limitarsi alle rette: si possono usare coordinate le cui linee sono curve. Negli spazi piatti è una scelta di comodo, perché esistono sempre coordinate cartesiane che coprono tutto lo spazio. Negli spazi curvi, come si vedrà nel prossimo articolo, non è così. Sulla superficie di una sfera si usano meridiani e paralleli, e coordinate cartesiane si possono usare solo in una regione piccola, dove la superficie si confonde con il piano tangente, e in modo approssimato. In relatività generale la gravità è curvatura, e le coordinate curvilinee non si possono evitare.
Proposizione (metrica in coordinate curvilinee)
Se la posizione di un punto dello spazio euclideo è una funzione derivabile delle coordinate , la distanza tra punti vicini è
Al primo ordine , e , come nel teorema sulle coordinate oblique.
Fine della dimostrazione.
I vettori sono tangenti alle linee coordinate e cambiano da un punto all’altro. In ogni regione piccola le coordinate curvilinee sono coordinate oblique, con una base diversa in ogni punto, e il tensore metrico diventa una funzione del punto.
Nelle coordinate polari del piano un punto è individuato dalla distanza da un punto fisso, il polo, e dall’angolo che la semiretta dal polo al punto forma con una semiretta di riferimento, positivo in senso antiorario. Le linee a costante sono semirette uscenti dal polo, quelle a costante sono circonferenze centrate nel polo, e si incontrano sempre ad angolo retto.
Corollario (metrica in coordinate polari)
In coordinate polari
Con il polo nell’origine di un sistema cartesiano e la semiretta di riferimento sull’asse , . Allora ed , da cui , ed .
Fine della dimostrazione.
Una griglia di coordinate polari: semirette uscenti dal polo e archi di circonferenza centrati in . La cella evidenziata va da a e da a . Il lato lungo il raggio misura , l’arco misura , perché un angolo in radianti è il rapporto tra l’arco e il raggio. I due lati sono perpendicolari, e per celle piccole la diagonale si ottiene con il teorema di Pitagora: . Nel disegno la cella è molto più grande di un elemento infinitesimo.
L’elemento dice che a parità di lo spostamento è tanto più lungo quanto più ci si allontana dal polo. Nel polo si annulla, e lì le coordinate polari non individuano più il punto in modo unico: può avere qualsiasi valore.
Resta da vedere come cambia il tensore metrico quando si cambiano le coordinate.
Teorema (legge di trasformazione del tensore metrico)
Se le coordinate e sono legate da funzioni derivabili e invertibili , i tensori metrici nei due sistemi sono legati da
La distanza tra due punti vicini non dipende dalle coordinate. Al primo ordine , quindi
dove indica il coefficiente di , simmetrico in e . D’altra parte , quindi la matrice simmetrica soddisfa per ogni scelta dei numeri . Scegliendo un solo uguale a e gli altri nulli si ottiene ; scegliendo con e gli altri nulli si ottiene , quindi . Allora .
Fine della dimostrazione.
È la legge trovata in una dimensione, con un fattore di trasformazione per ciascun indice. Applicata al passaggio dalle coordinate cartesiane, con , a quelle polari, con e , ridà la metrica polare: , e .
Gli spazi piatti
Definizione (spazio piatto)
Uno spazio è piatto se esiste un sistema di coordinate che lo copre tutto e in cui il tensore metrico è la matrice identità in ogni punto.
Il piano descritto in coordinate polari resta piatto, perché le coordinate cartesiane , riportano il tensore metrico all’identità. Guardando le componenti di in un certo sistema di coordinate, in generale, non si capisce se lo spazio è piatto: il tensore metrico polare dipende dal punto, eppure il piano è piatto. Servirà una grandezza che non dipende dalle coordinate, la curvatura, che arriverà con il tensore di Riemann. Per le coordinate oblique invece la risposta è semplice.
Proposizione (riduzione delle coordinate oblique)
Se in un sistema di coordinate il tensore metrico ha componenti costanti, e è positivo per ogni spostamento non nullo, esiste una trasformazione lineare delle coordinate dopo la quale il tensore metrico è la matrice identità.
Si scrive il tensore metrico come matrice simmetrica e la trasformazione lineare come . Allora , e per la legge di trasformazione . Per il teorema spettrale esiste una matrice ortogonale con e diagonale. Gli elementi di sono gli autovalori di , e sono tutti positivi: se con non nullo, , positivo per ipotesi. Si sceglie , dove è la matrice diagonale con gli inversi delle radici degli autovalori. Allora .
Fine della dimostrazione.
Lo spaziotempo di Minkowski
In fisica classica le distanze e gli intervalli di tempo sono due invarianti separati. In relatività non lo è nessuno dei due, e l’unica grandezza invariante è l’intervallo, che mescola spazio e tempo. Lo spaziotempo di Minkowski è uno spazio a quattro dimensioni i cui punti sono eventi, con coordinate , , , , e il ruolo della distanza lo ha l’intervallo:
Gli indici greci vanno da a , come nell’articolo sui quadrivettori. La differenza con lo spazio euclideo sta nei segni: può essere positivo, nullo o negativo, e il tensore metrico non si può ridurre all’identità con nessun cambio di coordinate. Che il numero di segni negativi non cambi è la legge d’inerzia di Sylvester, un teorema di algebra lineare che qui non si dimostra. Lo spaziotempo di Minkowski si dice comunque piatto, perché esistono coordinate che lo coprono tutto in cui il tensore metrico ha questa forma diagonale e costante: sono le coordinate degli osservatori inerziali, dette anche galileiane.
Anche nello spaziotempo le coordinate curvilinee cambiano l’aspetto del tensore metrico senza cambiare la geometria. In coordinate sferiche
e nelle coordinate di un osservatore che ruota, come mostra l’esercizio 3, il tensore metrico ha elementi fuori dalla diagonale e dipende dalla distanza dall’asse. Per il principio di equivalenza un campo gravitazionale si presenta nello stesso modo, come un tensore metrico che cambia da un punto all’altro. La differenza è che un campo gravitazionale vero, con le sue accelerazioni di marea, non si elimina con nessun cambio di coordinate: lì lo spaziotempo è curvo. I prossimi articoli costruiscono gli strumenti per dirlo con precisione, a partire dalla curvatura delle superfici.
Esercizi risolti e commentati
Esercizio 1. In un piano si usano coordinate oblique con vettori di base unitari che formano un angolo di 60°. Un vettore ha componenti controvarianti e . Calcola le componenti covarianti, la forma controvariante del tensore metrico e il modulo del vettore.
Con il tensore metrico ha e . Le componenti covarianti sono e . Il determinante di è , e l’inversa è
Verifica: . Il quadrato del modulo è , quindi .
Commento: il modulo si controlla con il teorema di Carnot, . L’errore più comune è calcolarlo come , che vale solo con assi perpendicolari. La base reciproca è , : ciascun vettore è perpendicolare all’asse dell’altro indice e lungo .
Esercizio 2. Calcola la lunghezza della spirale di Archimede , con costante, da a .
Lungo la curva , e il tensore metrico polare dà . Allora
La primitiva si verifica derivando: la derivata di è , quella del logaritmo è , e la somma è .
Commento: in coordinate cartesiane bisognerebbe derivare e e poi semplificare la somma dei quadrati; il tensore metrico polare fa quella semplificazione una volta per tutte. Un controllo sull’ordine di grandezza: la spirale è più lunga del segmento tra i suoi estremi, , e più corta di , perché .
Esercizio 3. Un osservatore ruota con velocità angolare attorno all’asse di un sistema inerziale e usa le coordinate , legate a quelle inerziali da e . Scrivi l’intervallo in queste coordinate e trova il ritmo di un orologio fermo per l’osservatore a distanza dall’asse.
Con e ,
Sommando i quadrati, i termini senza danno , quelli in danno , e i doppi prodotti danno . Quindi
Con e si legge , e . Per un orologio fermo nelle coordinate rotanti , e il suo tempo proprio è .
Commento: dal sistema inerziale è la dilatazione dei tempi della relatività ristretta, con la velocità dell’orologio. Per l’osservatore che ruota l’orologio è fermo, e a rallentarlo è il potenziale della forza centrifuga, : al primo ordine , la formula del campo gravitazionale dell’articolo precedente. Lo spaziotempo è piatto, ma in queste coordinate il tensore metrico dipende dal punto e non è diagonale. L’effetto è piccolo: su un disco che gira a rad/s, a cm dall’asse, .
Esercizio 4. Scrivi in coordinate polari le componenti covarianti e controvarianti del gradiente della funzione , e verifica che il modulo è quello che si trova in coordinate cartesiane.
In coordinate polari . Le componenti covarianti del gradiente sono le derivate parziali: da segue . Quindi
Con e le componenti controvarianti sono e . Il quadrato del modulo è . In coordinate cartesiane e .
Commento: le derivate di una funzione sono componenti covarianti, come diceva già la proposizione su differenziali e derivate. Nella base le componenti non hanno tutte le stesse dimensioni: ha le dimensioni di , quelle di diviso una lunghezza. La componente lungo il versore tangente alla circonferenza, , è : quella che si troverebbe con un ragionamento geometrico diretto.
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