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Meccanica quantistica relativistica

Fisica · Relatività ristretta Fisica · Meccanica quantistica Articolo

Percorso: Relatività ristretta · 12 di 12

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Indice

Due rivoluzioni da mettere d’accordo

La relatività ristretta del 1905 costrinse a riscrivere la meccanica di Newton e mostrò che l’elettromagnetismo era già a posto. Vent’anni dopo arrivò la seconda rivoluzione del Novecento, la meccanica quantistica, costruita sulla meccanica classica per spiegare gli atomi. Fu subito chiaro che andava resa compatibile con la relatività. Con la relatività ristretta ci si è riusciti, e il risultato è la teoria quantistica dei campi, alla base del modello standard delle particelle. Con la relatività generale no, e il problema è ancora aperto.

Questo articolo racconta i primi passi di quel lavoro: perché l’equazione di Schrödinger non basta, che cosa non funziona nell’equazione di Klein-Gordon e perché l’equazione di Dirac fu un successo. Presuppone qualche nozione di meccanica quantistica, che il primo paragrafo richiama.

La meccanica quantistica in breve

In meccanica classica posizione e velocità di una particella si possono conoscere insieme con precisione arbitraria. In meccanica quantistica no: per il principio di indeterminazione di Heisenberg le incertezze sulla posizione e sulla quantità di moto lungo una stessa direzione soddisfano ΔxΔpx/2\Delta x\,\Delta p_x \ge \hbar/2, con =h/2π\hbar = h/2\pi la costante di Planck ridotta. Per gli oggetti di tutti i giorni il limite è irrilevante; per un elettrone in un atomo è decisivo.

Lo stato di una particella è descritto da una funzione d’onda complessa ψ(r,t)\psi(\mathbf r, t), e ψ2|\psi|^2 è la densità di probabilità di trovarla in un punto: ψ2dV=1\int|\psi|^2\,dV = 1 in ogni istante. Le grandezze fisiche diventano operatori che agiscono sulla funzione d’onda; per energia e quantità di moto

Eit,pi.E \to i\hbar\frac{\partial}{\partial t}, \qquad \mathbf p \to -i\hbar\nabla .

Sostituendoli nella relazione classica E=p2/(2m)E = p^2/(2m) di una particella libera si ottiene l’equazione di Schrödinger:

iψt=22m2ψ.i\hbar\frac{\partial\psi}{\partial t} = -\frac{\hbar^2}{2m}\nabla^2\psi .

Proposizione (onde piane)

La funzione ψ=ei(prEt)/\psi = e^{i(\mathbf p\cdot\mathbf r - Et)/\hbar}, con p\mathbf p ed EE costanti, è soluzione dell’equazione di Schrödinger se e solo se E=p2/(2m)E = p^2/(2m).

Dimostrazione.

Derivando, itψ=i(iE/)ψ=Eψi\hbar\,\partial_t\psi = i\hbar\,(-iE/\hbar)\,\psi = E\psi e 2ψ=(ip/)(ip/)ψ=(p2/2)ψ\nabla^2\psi = (i\mathbf p/\hbar)\cdot(i\mathbf p/\hbar)\,\psi = -(p^2/\hbar^2)\,\psi, quindi 22m2ψ=p22mψ-\tfrac{\hbar^2}{2m}\nabla^2\psi = \tfrac{p^2}{2m}\psi. L’equazione diventa Eψ=p22mψE\psi = \tfrac{p^2}{2m}\psi, e poiché ψ\psi non si annulla mai, equivale a E=p2/(2m)E = p^2/(2m).

Fine della dimostrazione.

L’onda piana ha vettore d’onda k=p/\mathbf k = \mathbf p/\hbar e pulsazione ω=E/\omega = E/\hbar: sono le relazioni di de Broglie, p=k\mathbf p = \hbar\mathbf k ed E=ωE = \hbar\omega, valide per ogni particella. Un’onda piana ha quantità di moto esattamente definita e posizione del tutto indeterminata: ψ2|\psi|^2 è la stessa ovunque, e infatti non si può normalizzare. Una particella localizzata si descrive sovrapponendo onde piane con quantità di moto diverse.

Le relazioni di de Broglie hanno una forma relativistica. La fase dell’onda piana si scrive

prEt=pμxμ,\frac{\mathbf p\cdot\mathbf r - Et}{\hbar} = -\frac{p_\mu x^\mu}{\hbar},

con pμ=(E/c,p)p^\mu = (E/c, \mathbf p): è un prodotto scalare di quadrivettori, e quindi ha lo stesso valore per tutti gli osservatori. Il quadrivettore d’onda kμ=(ω/c,k)k^\mu = (\omega/c, \mathbf k) è pμ/p^\mu/\hbar, e l’effetto Doppler relativistico dell’articolo sui quadrivettori è la sua trasformazione.

Perché l’equazione di Schrödinger non basta

L’equazione di Schrödinger, pubblicata nel 1926, ha tre limiti che furono chiari da subito. Nasce dalla relazione classica E=p2/(2m)E = p^2/(2m), e contiene una derivata prima nel tempo e derivate seconde nello spazio: tempo e spazio non vi compaiono in modo simmetrico, e le trasformazioni di Lorentz, che li mescolano, non la lasciano invariata. Descrive un numero fisso di particelle, mentre per l’equivalenza tra massa ed energia le particelle si creano e si distruggono. E non contiene lo spin dell’elettrone, scoperto nel 1925. Pauli lo aggiunse nel 1927 descrivendo l’elettrone con due funzioni d’onda e introducendo le matrici di Pauli

σx=(0110),σy=(0ii0),σz=(1001),\sigma_x = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 1 & 0 \end{pmatrix}, \qquad \sigma_y = \begin{pmatrix} 0 & -i \\ i & 0 \end{pmatrix}, \qquad \sigma_z = \begin{pmatrix} 1 & 0 \\ 0 & -1 \end{pmatrix},

ma lo spin restava un’ipotesi aggiunta dall’esterno, senza spiegazione.

L’equazione di Klein-Gordon

Il tentativo più diretto è ripetere la sostituzione degli operatori nella relazione relativistica E2=p2c2+m2c4E^2 = p^2c^2 + m^2c^4. Lo fece Schrödinger stesso nel 1926, e l’equazione prende il nome da Oskar Klein e Walter Gordon, che la pubblicarono nello stesso periodo:

1c22ψt22ψ+m2c22ψ=0,cioeˋ(+m2c22)ψ=0.\frac{1}{c^2}\frac{\partial^2\psi}{\partial t^2} - \nabla^2\psi + \frac{m^2c^2}{\hbar^2}\,\psi = 0, \qquad \text{cioè} \qquad \left(\Box + \frac{m^2c^2}{\hbar^2}\right)\psi = 0 .

Proposizione (invarianza e onde piane)

  1. Se ψ\psi è un campo scalare, l’equazione di Klein-Gordon ha la stessa forma in tutti i sistemi inerziali.
  2. L’onda piana ψ=eipμxμ/\psi = e^{-ip_\mu x^\mu/\hbar} è soluzione se e solo se pp=m2c2p \cdot p = m^2c^2, cioè E=±p2c2+m2c4E = \pm\sqrt{p^2c^2 + m^2c^4}.
Dimostrazione.
  1. Il dalembertiano è un operatore invariante, per la proposizione sugli operatori covarianti dell’articolo sui quadrivettori, e mm, cc, \hbar sono costanti uguali per tutti. Se ψ(x)=ψ(x)\psi'(x') = \psi(x), allora ψ=ψ\Box'\psi' = \Box\psi e l’equazione in KK' coincide con quella in KK.

  2. μψ=(ipμ/)ψ\partial_\mu\psi = -(i p_\mu/\hbar)\,\psi, quindi ψ=μμψ=(pμpμ/2)ψ\Box\psi = \partial_\mu\partial^\mu\psi = -(p_\mu p^\mu/\hbar^2)\,\psi. L’equazione diventa (pp+m2c2)ψ/2=0(-p \cdot p + m^2c^2)\,\psi/\hbar^2 = 0, e poiché ψ\psi non si annulla equivale a pp=m2c2p \cdot p = m^2c^2, cioè E2/c2p2=m2c2E^2/c^2 - p^2 = m^2c^2.

Fine della dimostrazione.

L’equazione è relativistica, ma contiene la derivata seconda nel tempo, e ammette soluzioni con energia negativa quanto quelle con energia positiva. Non si possono semplicemente scartare: una soluzione generale le contiene entrambe, e togliendo la radice si otterrebbe un’equazione con la radice quadrata di un operatore, non invariante. Il problema più grave però riguarda la probabilità.

Teorema (la densità di Klein-Gordon non è positiva)

Per ogni soluzione dell’equazione di Klein-Gordon il quadrivettore

jμ=i2m(ψμψψμψ)j^\mu = \frac{i\hbar}{2m}\left(\psi^*\partial^\mu\psi - \psi\,\partial^\mu\psi^*\right)

soddisfa μjμ=0\partial_\mu j^\mu = 0. La densità conservata corrispondente, ρ=j0/c\rho = j^0/c, per l’onda piana Aeipμxμ/A\,e^{-ip_\mu x^\mu/\hbar} vale ρ=Emc2A2\rho = \dfrac{E}{mc^2}\,|A|^2, ed è negativa per le soluzioni con E<0E < 0.

Dimostrazione.

Per la regola del prodotto,

μjμ=i2m(μψμψ+ψψμψμψψψ).\partial_\mu j^\mu = \frac{i\hbar}{2m}\left(\partial_\mu\psi^*\,\partial^\mu\psi + \psi^*\,\Box\psi - \partial_\mu\psi\,\partial^\mu\psi^* - \psi\,\Box\psi^*\right).

Il primo e il terzo termine sono uguali, perché μaμb=μaμb\partial_\mu a\,\partial^\mu b = \partial^\mu a\,\partial_\mu b per il modo in cui si alzano e abbassano gli indici, e si cancellano. Per l’equazione, ψ=(m2c2/2)ψ\Box\psi = -(m^2c^2/\hbar^2)\,\psi, e poiché il coefficiente è reale anche ψ=(m2c2/2)ψ\Box\psi^* = -(m^2c^2/\hbar^2)\,\psi^*. Allora ψψψψ=(m2c2/2)(ψψψψ)=0\psi^*\Box\psi - \psi\Box\psi^* = -(m^2c^2/\hbar^2)(\psi^*\psi - \psi\psi^*) = 0.

Per l’onda piana 0ψ=1ctψ=(iE/c)ψ\partial^0\psi = \tfrac1c\partial_t\psi = -(iE/\hbar c)\,\psi e 0ψ=+(iE/c)ψ\partial^0\psi^* = +(iE/\hbar c)\,\psi^*, quindi

ρ=j0c=i2mc(iEciEc)A2=Emc2A2.\rho = \frac{j^0}{c} = \frac{i\hbar}{2mc}\left(-\frac{iE}{\hbar c} - \frac{iE}{\hbar c}\right)|A|^2 = \frac{E}{mc^2}\,|A|^2 .

Fine della dimostrazione.

Nell’equazione di Schrödinger la densità conservata è ψ2|\psi|^2, sempre positiva, e si interpreta come probabilità. In quella di Klein-Gordon la densità conservata contiene le derivate nel tempo, e poiché l’equazione è del secondo ordine ψ\psi e tψ\partial_t\psi si possono assegnare indipendentemente all’istante iniziale: ρ\rho può essere negativa in una regione anche per soluzioni ragionevoli, e non è una probabilità. Per le soluzioni lente, ψeimc2t/φ\psi \approx e^{-imc^2t/\hbar}\varphi con φ\varphi che varia poco, si ha Emc2E \approx mc^2 e ρφ2\rho \approx |\varphi|^2, il risultato di Schrödinger. Per queste ragioni l’equazione fu abbandonata come descrizione dell’elettrone. Nel 1934 Pauli e Weisskopf ne diedero un’interpretazione diversa: jμj^\mu non è una corrente di probabilità ma una corrente di carica, che può avere entrambi i segni, e ψ\psi è il campo di particelle cariche di spin nullo.

L’equazione di Dirac

Dirac, nel 1928, cercò un’equazione del primo ordine nel tempo, come quella di Schrödinger, e quindi del primo ordine anche nello spazio, per trattare le coordinate allo stesso modo. L’idea fu scrivere l’energia come combinazione lineare delle componenti della quantità di moto e dell’energia a riposo,

H=c(α1px+α2py+α3pz)+βmc2,H = c\,(\alpha_1p_x + \alpha_2p_y + \alpha_3p_z) + \beta\,mc^2,

con coefficienti αi\alpha_i e β\beta da determinare, e chiedere che il suo quadrato sia la relazione energia-impulso.

Teorema (condizioni di Dirac)

Siano α1,α2,α3,β\alpha_1, \alpha_2, \alpha_3, \beta matrici quadrate dello stesso ordine e px,py,pzp_x, p_y, p_z numeri. L’uguaglianza H2=(p2c2+m2c4)IH^2 = (p^2c^2 + m^2c^4)\,I vale per ogni p\mathbf p se e solo se

αi2=β2=I,αiαk+αkαi=0  (ik),αiβ+βαi=0.\alpha_i^2 = \beta^2 = I, \qquad \alpha_i\alpha_k + \alpha_k\alpha_i = 0 \ \ (i \neq k), \qquad \alpha_i\beta + \beta\alpha_i = 0 .
Dimostrazione.

Poiché le pip_i sono numeri, commutano con le matrici. Sviluppando il quadrato senza supporre che le matrici commutino tra loro,

H2=c2iαi2pi2+c2i<k(αiαk+αkαi)pipk+mc3i(αiβ+βαi)pi+β2m2c4.H^2 = c^2\sum_i \alpha_i^2\,p_i^2 + c^2\sum_{i<k}\left(\alpha_i\alpha_k + \alpha_k\alpha_i\right)p_ip_k + mc^3\sum_i\left(\alpha_i\beta + \beta\alpha_i\right)p_i + \beta^2\,m^2c^4 .

Se valgono le condizioni, restano c2ipi2I+m2c4Ic^2\sum_i p_i^2\,I + m^2c^4\,I. Viceversa, se H2=(p2c2+m2c4)IH^2 = (p^2c^2 + m^2c^4)\,I per ogni p\mathbf p: con p=0\mathbf p = 0 si ha β2=I\beta^2 = I; con p=(λ,0,0)\mathbf p = (\lambda, 0, 0) l’uguaglianza diventa c2λ2(α12I)+mc3λ(α1β+βα1)=0c^2\lambda^2(\alpha_1^2 - I) + mc^3\lambda(\alpha_1\beta + \beta\alpha_1) = 0 per ogni λ\lambda, e un polinomio in λ\lambda identicamente nullo ha coefficienti nulli, quindi α12=I\alpha_1^2 = I e α1β+βα1=0\alpha_1\beta + \beta\alpha_1 = 0, e lo stesso per le altre componenti; con p=(λ,λ,0)\mathbf p = (\lambda, \lambda, 0), usando quanto già trovato, resta c2λ2(α1α2+α2α1)=0c^2\lambda^2(\alpha_1\alpha_2 + \alpha_2\alpha_1) = 0, e così per le altre coppie.

Fine della dimostrazione.

Nessun numero soddisfa le condizioni: due numeri a,ba, b con ab+ba=2ab=0ab + ba = 2ab = 0 non possono avere entrambi quadrato 11. Dirac capì che αi\alpha_i e β\beta dovevano essere matrici, e il teorema seguente dice di quale ordine.

Teorema (le matrici di Dirac sono almeno 4 × 4)

Quattro matrici n×nn \times n che soddisfano le condizioni di Dirac hanno traccia nulla, nn è pari e n4n \ge 4.

Dimostrazione.

Traccia nulla. Da αiβ=βαi\alpha_i\beta = -\beta\alpha_i e β2=I\beta^2 = I si ha αi=βαiβ\alpha_i = -\beta\alpha_i\beta. Poiché la traccia di un prodotto non cambia permutando ciclicamente i fattori, trαi=tr(βαiβ)=tr(αiβ2)=trαi\operatorname{tr}\alpha_i = -\operatorname{tr}(\beta\alpha_i\beta) = -\operatorname{tr}(\alpha_i\beta^2) = -\operatorname{tr}\alpha_i, quindi trαi=0\operatorname{tr}\alpha_i = 0. Scambiando i ruoli, usando α12=I\alpha_1^2 = I, anche trβ=0\operatorname{tr}\beta = 0.

nn pari. Una matrice MM con M2=IM^2 = I annulla il polinomio x21x^2 - 1, che ha radici distinte, quindi è diagonalizzabile con autovalori ±1\pm 1. La traccia è la somma degli autovalori; se è nulla, +1+1 e 1-1 compaiono lo stesso numero di volte, e nn è pari.

n4n \ge 4. Le quattro matrici sono linearmente indipendenti. Indicandole con M1,,M4M_1, \dots, M_4, le condizioni dicono che MaMb+MbMa=2δabIM_aM_b + M_bM_a = 2\delta_{ab}\,I. Se acaMa=0\sum_a c_aM_a = 0 con coefficienti complessi, moltiplicando a destra e a sinistra per MbM_b e sommando si ottiene aca(MaMb+MbMa)=2cbI=0\sum_a c_a(M_aM_b + M_bM_a) = 2c_b\,I = 0, quindi ogni cbc_b è nullo. Ma le matrici 2×22 \times 2 a traccia nulla formano uno spazio di dimensione 33, generato per esempio dalle matrici di Pauli, e non contengono quattro matrici indipendenti. Quindi n2n \neq 2, ed essendo pari n4n \ge 4.

Fine della dimostrazione.

Proposizione (una scelta delle matrici)

Le matrici, scritte a blocchi 2×22 \times 2,

αi=(0σiσi0),β=(I00I),\alpha_i = \begin{pmatrix} 0 & \sigma_i \\ \sigma_i & 0 \end{pmatrix}, \qquad \beta = \begin{pmatrix} I & 0 \\ 0 & -I \end{pmatrix},

con σ1=σx\sigma_1 = \sigma_x, σ2=σy\sigma_2 = \sigma_y, σ3=σz\sigma_3 = \sigma_z, soddisfano le condizioni di Dirac.

Dimostrazione.

Le matrici di Pauli hanno quadrato II e anticommutano a due a due. Moltiplicando righe per colonne, σx2=σy2=σz2=I\sigma_x^2 = \sigma_y^2 = \sigma_z^2 = I, e

σxσy=(0110)(0ii0)=(i00i)=iσz,σyσx=(i00i)=iσz;\sigma_x\sigma_y = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 1 & 0 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} 0 & -i \\ i & 0 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} i & 0 \\ 0 & -i \end{pmatrix} = i\sigma_z, \qquad \sigma_y\sigma_x = \begin{pmatrix} -i & 0 \\ 0 & i \end{pmatrix} = -i\sigma_z ;

allo stesso modo σyσz=iσx=σzσy\sigma_y\sigma_z = i\sigma_x = -\sigma_z\sigma_y e σzσx=iσy=σxσz\sigma_z\sigma_x = i\sigma_y = -\sigma_x\sigma_z. In breve σiσk+σkσi=2δikI\sigma_i\sigma_k + \sigma_k\sigma_i = 2\delta_{ik}\,I.

Con il prodotto a blocchi, αiαk=(σiσk00σiσk)\alpha_i\alpha_k = \begin{pmatrix} \sigma_i\sigma_k & 0 \\ 0 & \sigma_i\sigma_k \end{pmatrix}, quindi αiαk+αkαi\alpha_i\alpha_k + \alpha_k\alpha_i ha sulla diagonale σiσk+σkσi=2δikI\sigma_i\sigma_k + \sigma_k\sigma_i = 2\delta_{ik}\,I. Poi αiβ=(0σiσi0)\alpha_i\beta = \begin{pmatrix} 0 & -\sigma_i \\ \sigma_i & 0 \end{pmatrix} e βαi=(0σiσi0)\beta\alpha_i = \begin{pmatrix} 0 & \sigma_i \\ -\sigma_i & 0 \end{pmatrix}, la cui somma è nulla. Infine β2=I\beta^2 = I.

Fine della dimostrazione.

Con queste matrici la funzione d’onda ha quattro componenti, uno spinore di Dirac, e l’equazione di Dirac per la particella libera è

iψt=(icα+βmc2)ψ.i\hbar\,\frac{\partial\psi}{\partial t} = \left(-i\hbar c\,\boldsymbol\alpha\cdot\nabla + \beta\,mc^2\right)\psi .

Moltiplicandola a sinistra per β/c\beta/c e ponendo γ0=β\gamma^0 = \beta e γi=βαi\gamma^i = \beta\alpha_i, con β2=I\beta^2 = I, si ottiene la forma in cui è di solito scritta,

(iγμμmc)ψ=0,\left(i\hbar\,\gamma^\mu\partial_\mu - mc\right)\psi = 0,

che nelle unità naturali, con =c=1\hbar = c = 1, diventa (iγμμm)ψ=0(i\gamma^\mu\partial_\mu - m)\,\psi = 0. Le matrici γμ\gamma^\mu sono fisse e non si trasformano come un quadrivettore: la covarianza dell’equazione si ottiene assegnando allo spinore ψ\psi una sua legge di trasformazione, diversa da quella dei quadrivettori.

Proposizione (energie dell'equazione di Dirac)

  1. Ogni componente di una soluzione dell’equazione di Dirac è soluzione dell’equazione di Klein-Gordon.
  2. Per ogni p\mathbf p fissato, la matrice H(p)=cαp+βmc2H(\mathbf p) = c\,\boldsymbol\alpha\cdot\mathbf p + \beta\,mc^2 ha autovalori +Ep+E_p e Ep-E_p, con Ep=p2c2+m2c4E_p = \sqrt{p^2c^2 + m^2c^4}, ciascuno con molteplicità due.
Dimostrazione.
  1. Indicando con HH l’operatore icα+βmc2-i\hbar c\,\boldsymbol\alpha\cdot\nabla + \beta mc^2, l’equazione è itψ=Hψi\hbar\,\partial_t\psi = H\psi. Applicandola due volte, poiché HH non dipende dal tempo, 2t2ψ=H2ψ-\hbar^2\partial_t^2\psi = H^2\psi. Le derivate spaziali commutano tra loro come i numeri pip_i, quindi il teorema sulle condizioni di Dirac vale anche con p=i\mathbf p = -i\hbar\nabla, e H2=(2c22+m2c4)IH^2 = (-\hbar^2c^2\nabla^2 + m^2c^4)\,I. Si ottiene 2t2ψ=2c22ψ+m2c4ψ-\hbar^2\partial_t^2\psi = -\hbar^2c^2\nabla^2\psi + m^2c^4\psi, che è l’equazione di Klein-Gordon per ciascuna componente.

  2. Le matrici di Pauli sono hermitiane, cioè uguali alla loro trasposta coniugata, e quindi lo sono αi\alpha_i, β\beta e H(p)H(\mathbf p). Una matrice hermitiana è diagonalizzabile con autovalori reali. Poiché H(p)2=Ep2IH(\mathbf p)^2 = E_p^2\,I, ogni autovalore λ\lambda soddisfa λ2=Ep2\lambda^2 = E_p^2, cioè λ=±Ep\lambda = \pm E_p. Per il teorema precedente trH(p)=cipitrαi+mc2trβ=0\operatorname{tr}H(\mathbf p) = c\sum_i p_i\operatorname{tr}\alpha_i + mc^2\operatorname{tr}\beta = 0, e la traccia è la somma dei quattro autovalori: +Ep+E_p e Ep-E_p compaiono due volte ciascuno.

Fine della dimostrazione.

Per una particella ferma H=βmc2H = \beta mc^2, e i quattro stati sono i vettori della base: due con energia +mc2+mc^2 e due con energia mc2-mc^2. Due stati con la stessa energia positiva sono gli stati dell’elettrone con le due orientazioni dello spin. Lo spin non è stato inserito a mano: le matrici di Pauli, che Pauli aveva introdotto per descriverlo, compaiono da sole dentro le αi\alpha_i. Si dimostra inoltre che, per velocità piccole rispetto a cc e in presenza di un campo elettromagnetico, l’equazione di Dirac si riduce a quella di Pauli, e fornisce il valore corretto del momento magnetico dell’elettrone.

Restano le energie negative. Dirac propose nel 1930 che tutti gli stati a energia negativa fossero già occupati da elettroni, un «mare» invisibile in cui, per il principio di esclusione di Pauli, nessun altro elettrone può cadere. Un elettrone del mare che riceve abbastanza energia sale a energia positiva e lascia una lacuna, che si comporta come una particella con la massa dell’elettrone e carica opposta. Nel 1932 Carl Anderson osservò il positrone nei raggi cosmici.

Dai campi alle particelle

L’equazione di Dirac descrive benissimo un elettrone, spin compreso. Ma, come quella di Schrödinger, tratta un numero fisso di particelle, mentre un elettrone e un positrone possono annichilarsi in fotoni e un fotone vicino a un nucleo può creare una coppia. Il mare di Dirac, pieno di infinite cariche negative, è poi un’immagine difficile da prendere alla lettera.

La soluzione è la teoria quantistica dei campi. Già il campo elettromagnetico aveva mostrato la strada: nel 1900 Planck, per ottenere la formula della radiazione di corpo nero, dovette assumere che l’energia degli oscillatori del campo fosse scambiata a pacchetti ω\hbar\omega, e nel 1905 Einstein prese sul serio l’ipotesi per spiegare l’effetto fotoelettrico. I fotoni sono i quanti del campo elettromagnetico, con E=ωE = \hbar\omega e p=k\mathbf p = \hbar\mathbf k. La teoria quantistica dei campi estende l’idea a tutte le particelle elementari: l’elettrone è il quanto di un campo elettronico presente in tutto l’universo, e così ogni quark e ogni neutrino. Due fatti che la meccanica quantistica di una particella non spiega diventano naturali: tutti gli elettroni sono identici, perché sono eccitazioni dello stesso campo, e le particelle si creano e si distruggono, perché le eccitazioni di un campo possono nascere e sparire.

Le equazioni di questo articolo sopravvivono come equazioni dei campi. L’equazione di Klein-Gordon descrive i campi di spin zero, e l’unica particella elementare di questo tipo nota è il bosone di Higgs. L’equazione di Dirac descrive i campi di spin un mezzo, come l’elettrone e i quark. I campi di spin uno senza massa sono descritti dalle equazioni di Maxwell, per il fotone, e dalla loro generalizzazione, la teoria di Yang e Mills, per i gluoni dell’interazione forte. I campi di spin uno con massa, come quelli dei bosoni WW e ZZ dell’interazione debole, dall’equazione di Proca, che per massa nulla si riduce a quelle di Maxwell.

Resta la domanda sull’origine della massa. Nella relazione energia-impulso la massa è l’energia che resta per quantità di moto nulla: la curva E(p)E(p) di una particella con massa non passa per l’origine. Qualcosa di simile succede in una catena di atomi di due tipi alternati: le sue vibrazioni hanno un ramo «acustico», con frequenza che si annulla per lunghezze d’onda grandi, e un ramo «ottico», con una frequenza minima diversa da zero, nato dall’interazione tra i due sottoinsiemi di atomi. Nel modello standard le particelle elementari acquistano la massa, allo stesso modo, interagendo con un altro campo, il campo di Higgs; per protoni e neutroni invece quasi tutta la massa viene dall’energia dei quark e dell’interazione forte, come si è visto nell’articolo sull’energia relativistica. La gravità resta fuori dal modello standard: è descritta dalla relatività generale, che finora nessuno è riuscito a unire alla meccanica quantistica.

Esercizi risolti e commentati

Esercizio 1. Un elettrone libero ha quantità di moto p=1,00p = 1{,}00 MeV/cc. Calcola le energie delle due onde piane di Klein-Gordon corrispondenti, la loro pulsazione e la lunghezza d’onda di de Broglie. Usa mec2=0,511m_ec^2 = 0{,}511 MeV, =6,582×1022\hbar = 6{,}582 \times 10^{-22} MeV·s e hc=1239,8hc = 1239{,}8 MeV·fm.

E=±1,002+0,5112E = \pm\sqrt{1{,}00^2 + 0{,}511^2} MeV =±1,123= \pm 1{,}123 MeV. La pulsazione è E/=1,123/(6,582×1022)|E|/\hbar = 1{,}123/(6{,}582 \times 10^{-22}) s1^{-1} 1,71×1021\approx 1{,}71 \times 10^{21} s1^{-1}. La lunghezza d’onda è λ=h/p=hc/(pc)=1239,8\lambda = h/p = hc/(pc) = 1239{,}8 fm 1,24\approx 1{,}24 pm.

Commento: la lunghezza d’onda è circa la metà della lunghezza d’onda Compton dell’elettrone, 2,432{,}43 pm, e l’energia cinetica, 0,610{,}61 MeV, è più grande dell’energia a riposo: siamo nel regime in cui effetti quantistici e relativistici contano insieme, e un elettrone confinato su distanze di questo ordine potrebbe creare coppie. L’onda a energia negativa ha la stessa lunghezza d’onda e la stessa pulsazione: si distingue solo per il verso in cui ruota la fase nel tempo.

Esercizio 2. Per quale velocità la lunghezza d’onda di de Broglie di una particella è uguale alla sua lunghezza d’onda Compton? Quanto vale l’energia cinetica corrispondente per un elettrone?

h/p=h/(mc)h/p = h/(mc) richiede p=mcp = mc, cioè γβ=1\gamma\beta = 1. Da γ2β2=β2/(1β2)=1\gamma^2\beta^2 = \beta^2/(1 - \beta^2) = 1 si ha β2=1/2\beta^2 = 1/2, β=1/20,707\beta = 1/\sqrt2 \approx 0{,}707 e γ=2\gamma = \sqrt2. L’energia cinetica è (γ1)mc2=(21)0,511(\gamma - 1)\,mc^2 = (\sqrt2 - 1) \cdot 0{,}511 MeV 0,212\approx 0{,}212 MeV.

Commento: la condizione p=mcp = mc è il confine naturale tra il regime non relativistico, pmcp \ll mc, e quello ultrarelativistico, pmcp \gg mc. Non a caso è anche il punto in cui i due termini della relazione energia-impulso, p2c2p^2c^2 e m2c4m^2c^4, sono uguali.

Esercizio 3. Verifica direttamente che σx\sigma_x e σz\sigma_z anticommutano e che σzσx=iσy\sigma_z\sigma_x = i\sigma_y.

σzσx=(1001)(0110)=(0110),σxσz=(0110)(1001)=(0110).\sigma_z\sigma_x = \begin{pmatrix} 1 & 0 \\ 0 & -1 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 1 & 0 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ -1 & 0 \end{pmatrix}, \qquad \sigma_x\sigma_z = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 1 & 0 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} 1 & 0 \\ 0 & -1 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 0 & -1 \\ 1 & 0 \end{pmatrix}.

La somma è nulla. E iσy=i(0ii0)=(0110)=σzσxi\sigma_y = i\begin{pmatrix} 0 & -i \\ i & 0 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ -1 & 0 \end{pmatrix} = \sigma_z\sigma_x.

Commento: l’ordine dei fattori conta, e scambiandolo cambia il segno. Le relazioni σxσy=iσz\sigma_x\sigma_y = i\sigma_z con permutazioni cicliche di xx, yy, zz sono le stesse del prodotto vettoriale, e non per caso: le matrici di Pauli divise per due sono gli operatori di spin, e soddisfano le stesse regole di commutazione dei momenti angolari.

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