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I postulati di Einstein

Fisica · Relatività ristretta Articolo

Percorso: Relatività ristretta · 2 di 12

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Indice

Dove la relatività di Galileo non basta

Alla fine dell’Ottocento la meccanica di Newton e il principio di relatività di Galileo avevano alle spalle due secoli di successi. I problemi arrivarono dall’elettromagnetismo.

Il primo problema è quello da cui partì Einstein nel 1905. Una spira conduttrice e un magnete si muovono l’uno rispetto all’altro. Per chi vede fermo il magnete, sugli elettroni della spira, che si muovono con lei, agisce la forza di Lorentz, e nella spira circola corrente. Per chi vede ferma la spira, il magnete in moto fa variare il flusso magnetico concatenato, e per la legge di Faraday nasce un campo elettrico che spinge gli elettroni. La corrente misurata è la stessa; le spiegazioni sono due, e quale usare dipende da quale dei due corpi si considera fermo. Einstein la chiamò un’asimmetria che nei fenomeni non c’è.

Il secondo riguarda la luce. Le equazioni di Maxwell prevedono onde elettromagnetiche che nel vuoto si propagano con velocità c=1/ε0μ03,00×108c = 1/\sqrt{\varepsilon_0\mu_0} \approx 3{,}00 \times 10^8 m/s, senza indicare rispetto a quale sistema di riferimento. Con le trasformazioni di Galileo la velocità della luce dovrebbe cambiare da un osservatore all’altro, come cambia quella di un passeggero sul treno. L’esperimento di Michelson e Morley del 1887 cercò una differenza tra le velocità della luce in direzioni diverse, mentre la Terra si muove attorno al Sole, e non la trovò. E le equazioni di Maxwell non mantengono la loro forma con le trasformazioni di Galileo: la mantengono con altre trasformazioni, trovate da Lorentz, che però allora non avevano una giustificazione fisica.

I due postulati

La risposta di Einstein fu di mettere alla base della teoria due affermazioni.

Postulato (principio di relatività)

Le leggi fisiche, tutte e non solo quelle della meccanica, sono le stesse in ogni sistema di riferimento inerziale.

Postulato (costanza della velocità della luce)

In ogni sistema di riferimento inerziale la luce si propaga nel vuoto con la stessa velocità cc, in ogni direzione e qualunque sia il moto della sorgente.

Il primo estende a tutta la fisica il principio di Galileo, ed è quello che l’esperimento della spira suggerisce. Il secondo viene dagli esperimenti: oltre a quello di Michelson e Morley, nel 1964 al CERN si misurò la velocità dei fotoni emessi da pioni neutri che viaggiavano quasi alla velocità della luce, e risultò ancora cc. Il modo di procedere è nuovo: fino ad allora dalle leggi fisiche si ricavavano, quasi come una curiosità, le loro simmetrie; qui si parte dalla simmetria per ricavare le leggi.

I due postulati insieme sono incompatibili con le trasformazioni di Galileo. Se la luce ha velocità cc per KK', la composizione v=v+Vv = v' + V darebbe c+Vc + V per KK. Nell’articolo precedente le trasformazioni di Galileo erano state dimostrate a partire da sei ipotesi; una va abbandonata, ed è quella del tempo assoluto. Il resto di questo articolo mostra perché, usando soltanto i due postulati, l’omogeneità e l’isotropia dello spazio e alcuni esperimenti ideali.

Per gli esperimenti ogni osservatore ha lo stesso strumento: un regolo di lunghezza L0L_0 e un orologio a luce, due specchi paralleli alla distanza L0L_0 tra i quali rimbalza un impulso. Per chi tiene fermo l’orologio, l’intervallo tra due arrivi successivi dell’impulso sullo stesso specchio è

T0=2L0c.T_0 = \frac{2L_0}{c}.

Per il principio di relatività due osservatori inerziali in moto relativo, ciascuno con una copia dello strumento, trovano sulla propria copia gli stessi L0L_0 e T0T_0.

Definizione (lunghezza propria e tempo proprio)

La lunghezza propria di un oggetto è la sua lunghezza misurata da un osservatore rispetto al quale è fermo. Il tempo proprio tra due eventi che per un osservatore avvengono nello stesso punto è l’intervallo di tempo tra i due eventi misurato da un orologio fermo in quel punto.

Orologi sincronizzati

Per misurare la velocità di un oggetto che passa da un punto AA a un punto BB servono gli istanti dei due passaggi. Un orologio in AA registra senza problemi il passaggio in AA. Per il passaggio in BB si potrebbe mandare un segnale da BB ad AA e sottrarre il suo tempo di viaggio, ma per conoscerlo bisognerebbe conoscere la velocità del segnale, cioè saper già misurare una velocità. L’unica via d’uscita è mettere un secondo orologio in BB, e questo richiede di dire che cosa significa che i due orologi segnano «lo stesso tempo».

Definizione (sincronizzazione di Einstein)

Due orologi fermi nei punti AA e BB sono sincronizzati se due impulsi di luce emessi nello stesso istante dal punto medio MM del segmento ABAB arrivano in AA e in BB quando i due orologi segnano lo stesso tempo.

Due impulsi emessi insieme da uno stesso punto non pongono problemi: la simultaneità nello stesso punto è un fatto su cui tutti gli osservatori concordano. La definizione usa il secondo postulato, perché presuppone che la luce percorra MAMA e MBMB con la stessa velocità. Einstein la formulò in un modo equivalente: un impulso parte da AA all’istante tAt_A, arriva in BB all’istante tBt_B e torna in AA all’istante tAt_A'; gli orologi sono sincronizzati se tB=(tA+tA)/2t_B = (t_A + t_A')/2. Gli orologi vanno sincronizzati dopo averli messi al loro posto, perché, come si vedrà, spostarli cambia il loro ritmo.

Da qui in avanti ogni osservatore inerziale dispone di un orologio fermo in ogni punto del suo sistema, tutti sincronizzati in questo modo: il tempo di un evento, per lui, è quello che segna l’orologio che si trova nel punto dell’evento.

Le lunghezze perpendicolari al moto

Si comincia da ciò che non cambia. Due regoli identici RR e RR', fermi rispettivamente in KK e in KK', sono disposti perpendicolarmente all’asse xx lungo cui avviene il moto relativo, con le estremità inferiori sulla stessa retta parallela a xx. A ciascuna estremità di ciascun regolo è fissato un pennino, che lascia un segno sull’altro regolo quando i due si incrociano.

Proposizione (lunghezze trasversali)

Le lunghezze perpendicolari alla direzione del moto relativo sono le stesse per i due osservatori: un regolo di lunghezza propria L0L_0, disposto perpendicolarmente al moto, ha lunghezza L0L_0 anche per l’osservatore rispetto al quale si muove.

Dimostrazione.

Si supponga che per KK il regolo in moto RR' sia più corto di RR. Quando i regoli si incrociano, il pennino superiore di RR' lascia un segno su RR a un’altezza minore di L0L_0, mentre il pennino superiore di RR, più in alto dell’estremità di RR', non tocca RR' e non lascia alcun segno. Il principio di relatività, insieme all’isotropia dello spazio che rende equivalenti i versi VV e V-V, dice che la situazione vista da KK' è la stessa con i ruoli scambiati: per KK' il regolo in moto RR è più corto, e il pennino superiore di RR lascia un segno su RR'. Ma la presenza di un segno su un regolo è un fatto, che non dipende da chi lo guarda: su RR' quel segno o c’è o non c’è. La contraddizione mostra che RR' non può essere più corto di RR. Scambiando i ruoli di KK e KK' si esclude allo stesso modo che sia più lungo, quindi le due lunghezze sono uguali.

Fine della dimostrazione.

Qui non c’è nessuna sottigliezza sulla simultaneità: ogni segno nasce nel punto e nell’istante in cui due pennini si incontrano, e un incontro nello stesso punto è lo stesso evento per tutti. Con la lunghezza lungo la direzione del moto le cose andranno diversamente.

La dilatazione dei tempi

L’orologio a luce di KK' è disposto con gli specchi paralleli all’asse xx, cioè con la distanza L0L_0 perpendicolare al moto. Per KK' l’impulso va su e giù in verticale, e il periodo è T0=2L0/cT_0 = 2L_0/c. Per KK l’orologio si muove con velocità VV, e il tempo tra due arrivi successivi dell’impulso sullo specchio inferiore lo misurano due dei suoi orologi sincronizzati, perché lo specchio nel frattempo si è spostato.

Teorema (dilatazione dei tempi)

Un orologio fermo in KK' con periodo proprio T0T_0 ha, per l’osservatore KK rispetto al quale si muove con velocità V<cV < c, il periodo

T=γT0,γ=11V2/c2.T = \gamma\,T_0, \qquad \gamma = \frac{1}{\sqrt{1 - V^2/c^2}}.
Dimostrazione.

Per KK l’impulso parte dallo specchio inferiore all’istante 00 e raggiunge lo specchio superiore all’istante t1t_1. In quel tempo lo specchio superiore si è spostato di Vt1V t_1 lungo xx, e la distanza tra gli specchi in direzione perpendicolare al moto è ancora L0L_0, per la proposizione sulle lunghezze trasversali. Il cammino dell’impulso è quindi l’ipotenusa di un triangolo rettangolo con cateti L0L_0 e Vt1V t_1, e per il secondo postulato l’impulso lo percorre con velocità cc:

(ct1)2=L02+(Vt1)2t1=L0c2V2.(c\,t_1)^2 = L_0^2 + (V t_1)^2 \quad\Longrightarrow\quad t_1 = \frac{L_0}{\sqrt{c^2 - V^2}}.

Il ritorno, dallo specchio superiore a quello inferiore, dura un tempo t2t_2 che soddisfa la stessa equazione, (ct2)2=L02+(Vt2)2(c\,t_2)^2 = L_0^2 + (V t_2)^2, quindi t2=t1t_2 = t_1. Il periodo misurato da KK è

T=t1+t2=2L0c2V2=2L0c11V2/c2=γT0.T = t_1 + t_2 = \frac{2L_0}{\sqrt{c^2 - V^2}} = \frac{2L_0}{c}\,\frac{1}{\sqrt{1 - V^2/c^2}} = \gamma\,T_0.

Fine della dimostrazione.

Orologio a luce fermo e in moto Due pannelli animati. A sinistra un orologio fermo: due specchi orizzontali a distanza L₀ e un impulso di luce che rimbalza in verticale; ogni andata e ritorno dura Δt₀ = 2L₀/c. A destra lo stesso orologio si muove verso destra con velocità V = 0,6 c: l'impulso segue i due lati obliqui di un triangolo tratteggiato alto L₀, con base VΔt e lati lunghi cΔt/2. Le due animazioni partono insieme, e l'orologio in moto impiega un quarto di tempo in più per ogni andata e ritorno. orologio fermo L0 Δt0 = 2L0 / c orologio in moto con velocità V L0 c Δt / 2 V Δt Δt = γ Δt0

L’orologio a luce in due pannelli. A sinistra, nel sistema in cui l’orologio è fermo, l’impulso va e torna in verticale tra due specchi a distanza L0L_0, e ogni andata e ritorno dura Δt0=2L0/c\Delta t_0 = 2L_0/c. A destra lo stesso orologio visto da un osservatore rispetto al quale si muove con velocità VV: l’impulso percorre i due lati obliqui di un triangolo isoscele alto L0L_0, ciascuno lungo cΔt/2c\,\Delta t/2, mentre l’orologio avanza di VΔtV\Delta t. Nell’animazione i due orologi partono insieme; con V=0,6cV = 0{,}6\,c, cioè γ=1,25\gamma = 1{,}25, quello in moto impiega un quarto di tempo in più per ogni andata e ritorno.

Il numero γ\gamma si chiama fattore di Lorentz, e il rapporto V/cV/c si indica spesso con β\beta, così che γ=1/1β2\gamma = 1/\sqrt{1 - \beta^2}. Poiché γ>1\gamma > 1 per ogni V0V \neq 0, un orologio in moto batte più lentamente di come batte per chi lo tiene fermo. Per le velocità di tutti i giorni l’effetto è minuscolo: per un aereo a 300300 m/s, β=106\beta = 10^{-6} e γ1β2/2=5×1013\gamma - 1 \approx \beta^2/2 = 5 \times 10^{-13}.

Il risultato non riguarda solo gli orologi a luce. Un altro orologio fermo in KK', di qualunque tipo, che batte insieme all’orologio a luce quando sono vicini, deve continuare a farlo per KK: due orologi che scattano nello stesso punto e nello stesso istante lo fanno per tutti gli osservatori. Se il suo ritmo cambiasse in un altro modo, confrontando i due orologi KK' potrebbe accorgersi del proprio moto, contro il principio di relatività. Rallenta tutto: le oscillazioni di un quarzo, un decadimento radioattivo, il battito di un cuore.

L’effetto è reciproco. Per KK' sono gli orologi di KK a rallentare, e le due affermazioni non si contraddicono, perché le misure non sono fatte nello stesso modo. Ciascun osservatore misura il tempo proprio del proprio orologio con un solo orologio, fermo accanto a lui, e il periodo dell’orologio dell’altro con due orologi, nei due punti in cui si trova l’orologio in moto all’inizio e alla fine del periodo. Sono procedure diverse, e non devono dare lo stesso risultato. Il principio di relatività chiede solo che la stessa procedura, eseguita da KK o da KK', dia lo stesso risultato, ed è così.

La contrazione delle lunghezze

Ora l’orologio a luce di KK' è girato di un angolo retto: gli specchi sono perpendicolari all’asse xx e la loro distanza propria L0L_0 è lungo la direzione del moto. Per KK quella distanza vale LL, e a priori non si può escludere che sia diversa da L0L_0.

Teorema (contrazione delle lunghezze)

Un regolo fermo in KK', disposto lungo la direzione del moto relativo e di lunghezza propria L0L_0, ha per KK la lunghezza

L=L0γ=L01V2/c2.L = \frac{L_0}{\gamma} = L_0\sqrt{1 - V^2/c^2}.
Dimostrazione.

Si usano due orologi a luce fermi in KK' con la stessa distanza propria L0L_0 tra gli specchi: uno disposto lungo xx, l’altro perpendicolare. I due orologi hanno il primo specchio nello stesso punto, da cui i due impulsi partono insieme. Per KK' entrambi hanno periodo T0=2L0/cT_0 = 2L_0/c, quindi i due impulsi tornano insieme al punto di partenza. Il ritorno simultaneo nello stesso punto è un fatto per tutti gli osservatori: anche per KK i due orologi hanno lo stesso periodo, che per il teorema della dilatazione dei tempi applicato all’orologio perpendicolare vale γT0\gamma T_0.

Si calcola ora, in KK, il periodo dell’orologio disposto lungo xx, i cui specchi distano LL e si muovono con velocità VV. All’andata l’impulso insegue il secondo specchio, che si allontana: se l’andata dura t1t_1, la luce percorre la distanza LL più lo spostamento dello specchio, ct1=L+Vt1c\,t_1 = L + V t_1. Al ritorno il primo specchio va incontro all’impulso: se il ritorno dura t2t_2, ct2=LVt2c\,t_2 = L - V t_2. Per il secondo postulato la velocità della luce è cc in entrambi i versi, quindi

t1=LcV,t2=Lc+V,t1+t2=2Lcc2V2=2Lc11V2/c2=γ22Lc.t_1 = \frac{L}{c - V}, \qquad t_2 = \frac{L}{c + V}, \qquad t_1 + t_2 = \frac{2Lc}{c^2 - V^2} = \frac{2L}{c}\,\frac{1}{1 - V^2/c^2} = \gamma^2\,\frac{2L}{c}.

Uguagliando al periodo trovato prima, γ22Lc=γ2L0c\gamma^2\,\dfrac{2L}{c} = \gamma\,\dfrac{2L_0}{c}, da cui L=L0/γL = L_0/\gamma.

Fine della dimostrazione.

Un oggetto in moto è più corto nella direzione del moto, e solo in quella. È la contrazione di Lorentz. Anche questo effetto è reciproco, e per la stessa ragione della dilatazione: misurare la lunghezza di un oggetto in moto vuol dire segnare dove si trovano le sue due estremità nello stesso istante, e, come si vede tra poco, «nello stesso istante» dipende dall’osservatore.

La simultaneità dipende dall’osservatore

Nel mezzo di un vagone, nel punto MM, una sorgente emette due impulsi di luce, uno verso la coda AA e uno verso la testa BB. Il vagone, fermo in KK', ha lunghezza propria L0L_0 e si muove rispetto ai binari, il sistema KK, con velocità VV nel verso che va da AA a BB. «Arrivo dell’impulso in AA» e «arrivo dell’impulso in BB» sono due eventi, per esempio due lampadine che si accendono, e quali siano gli eventi non dipende dall’osservatore.

Proposizione (relatività della simultaneità)

I due arrivi sono simultanei per KK'. Per KK l’impulso raggiunge prima AA e poi BB, con un ritardo

Δt=tBtA=γVL0c2.\Delta t = t_B - t_A = \gamma\,\frac{V L_0}{c^2}.
Dimostrazione.

In KK' il vagone è fermo, MM è il punto medio di ABAB e la luce ha velocità cc in entrambi i versi: i due impulsi percorrono la stessa distanza L0/2L_0/2 alla stessa velocità e arrivano nello stesso istante.

In KK il vagone ha lunghezza L=L0/γL = L_0/\gamma, per la contrazione delle lunghezze, e MM ne resta il punto medio, perché le due metà hanno la stessa lunghezza propria L0/2L_0/2 e si contraggono dello stesso fattore. Si prende l’origine di KK nel punto dei binari in cui si trova MM all’istante dell’emissione, t=0t = 0. La coda e la testa si muovono con le leggi

xA(t)=L2+Vt,xB(t)=L2+Vt,x_A(t) = -\frac L2 + Vt, \qquad x_B(t) = \frac L2 + Vt,

mentre per il secondo postulato gli impulsi seguono x=ctx = -ct e x=ctx = ct. L’impulso verso la coda la raggiunge quando ctA=L/2+VtA-c\,t_A = -L/2 + V t_A, quello verso la testa quando ctB=L/2+VtBc\,t_B = L/2 + V t_B:

tA=L2(c+V),tB=L2(cV).t_A = \frac{L}{2(c + V)}, \qquad t_B = \frac{L}{2(c - V)}.

La differenza è

tBtA=L2(1cV1c+V)=LVc2V2=γ2LVc2=γL0Vc2,t_B - t_A = \frac L2\left(\frac{1}{c - V} - \frac{1}{c + V}\right) = \frac{L\,V}{c^2 - V^2} = \gamma^2\,\frac{L\,V}{c^2} = \gamma\,\frac{L_0 V}{c^2},

positiva per V>0V > 0.

Fine della dimostrazione.

Lo stesso lampo visto dal vagone e dai binari Due pannelli. A sinistra, nel sistema del vagone: in alto un lampo parte dal centro M del vagone; sotto, i due impulsi di luce arrivano insieme alle estremità A e B. A destra, nel sistema dei binari, con il vagone che va verso destra con velocità 0,6 c: in alto il lampo parte da M; nella riga centrale il vagone è avanzato un poco e l'impulso verso sinistra ha già raggiunto A, mentre quello verso destra è ancora a metà strada; nella riga in basso il vagone è avanzato ancora e l'impulso verso destra raggiunge B. Una linea tratteggiata verticale segna il punto dei binari da cui è partito il lampo. sistema del vagone, K′ sistema dei binari, K lampo M arrivi in A e in B A B V lampo M arrivo in A A arrivo in B B

Lo stesso lampo nei due sistemi, con V=0,6cV = 0{,}6\,c. A sinistra, per chi sta sul vagone, i due impulsi partono da MM e arrivano insieme in AA e in BB. A destra, per chi sta a terra, la coda AA va incontro alla luce e viene raggiunta presto; la testa BB si allontana, e l’impulso la raggiunge solo quando il vagone è avanzato molto di più. La linea tratteggiata segna il punto dei binari da cui è partito il lampo.

Due eventi che avvengono in punti diversi possono essere simultanei per un osservatore e non per un altro. Invertendo il verso del moto, per KK arriverebbe prima l’impulso in BB: l’ordine dei due eventi dipende dall’osservatore. Questo non mette in crisi il rapporto tra cause ed effetti. Nessun segnale può andare da AA a BB in tempo per far accendere una lampadina mentre si accende l’altra, e l’articolo sull’intervallo dimostra che l’ordine temporale di due eventi può cambiare solo quando tra loro non c’è nessun legame causale possibile.

Con due proiettili sparati da MM la conclusione sarebbe diversa, secondo la meccanica classica: per chi è a terra le velocità dei proiettili si sommano a quella del treno, uno va più veloce e uno più lento, e arrivano insieme. Due suoni, invece, arriverebbero in tempi diversi anche per la fisica classica, ma per un’altra ragione: il suono si propaga rispetto all’aria, e l’aria ferma rispetto ai binari distingue un sistema di riferimento dagli altri. La luce non ha un mezzo del genere, e ha la stessa velocità per tutti.

La velocità della luce come limite

Nella formula della dilatazione dei tempi il fattore γ\gamma è un numero reale solo per V<cV < c, e tende all’infinito quando VV si avvicina a cc: un orologio che viaggiasse alla velocità della luce, per chi lo vede passare, sarebbe fermo. La cinematica suggerisce che cc sia un limite. La dimostrazione che nessun corpo dotato di massa può raggiungerla viene dalla dinamica, perché l’energia necessaria per accelerarlo cresce senza limite, e si trova nell’articolo sull’energia e sulla quantità di moto relativistiche. Solo le particelle prive di massa, come i fotoni, viaggiano a cc. Particelle più veloci della luce, i tachioni, sono state ipotizzate ma mai osservate.

Anche la gravità si propaga alla velocità della luce: nel 2017 le onde gravitazionali emesse dalla fusione di due stelle di neutroni e i raggi gamma prodotti nello stesso evento sono arrivati sulla Terra a meno di due secondi di distanza, dopo un viaggio di circa 130 milioni di anni, e questo limita la differenza tra le due velocità a qualche parte su 101510^{15}. Nessuna informazione può viaggiare più veloce di cc: se potesse, per qualche osservatore un effetto precederebbe la sua causa, come si vedrà con i diagrammi di Minkowski.

I muoni atmosferici

Un esempio in cui la dilatazione dei tempi e la contrazione delle lunghezze si vedono entrambe è quello dei muoni atmosferici. I muoni sono particelle elementari che, ferme, decadono in media dopo τ0=2,2\tau_0 = 2{,}2 milionesimi di secondo in un elettrone e due neutrini. Quelli che si osservano in natura nascono a una quindicina di chilometri di quota, negli urti dei raggi cosmici con i nuclei dell’atmosfera, e viaggiano quasi alla velocità della luce. In 2,22{,}2 milionesimi di secondo la luce percorre circa 660660 m, eppure i muoni arrivano al suolo in gran numero.

Per chi sta a terra la spiegazione è la dilatazione dei tempi: la vita media di un muone in moto è γτ0\gamma\tau_0, decine di volte più lunga, e basta per scendere di molti chilometri. Per chi viaggia con il muone la vita media è τ0\tau_0, ma l’atmosfera che gli corre incontro è contratta di un fattore γ\gamma, e i chilometri da attraversare diventano poche centinaia di metri. Le due spiegazioni sono diverse, il numero di muoni che arriva al suolo è lo stesso, come mostra il primo esercizio.

Esercizi risolti e commentati

Esercizio 1. Un muone viene prodotto a h=15h = 15 km di quota e scende verso il suolo con velocità v=0,998cv = 0{,}998\,c. La sua vita media, misurata nel sistema in cui è fermo, è τ0=2,2 μ\tau_0 = 2{,}2\ \mus. Calcola quale frazione dei muoni prodotti arriva al suolo, prima senza e poi con la relatività, e ripeti il calcolo nel sistema di riferimento del muone.

Il fattore di Lorentz è

γ=110,9982=10,00399615,8.\gamma = \frac{1}{\sqrt{1 - 0{,}998^2}} = \frac{1}{\sqrt{0{,}003996}} \approx 15{,}8.

Il tempo di volo misurato da terra è t=h/v=(15000 m)/(2,992×108 m/s)5,01×105t = h/v = (15\,000\ \text{m})/(2{,}992 \times 10^8\ \text{m/s}) \approx 5{,}01 \times 10^{-5} s. La frazione di muoni che sopravvive dopo un tempo tt è et/τe^{-t/\tau}, dove τ\tau è la vita media nel sistema in cui si misura tt.

Senza relatività si userebbe τ=τ0\tau = \tau_0: t/τ022,8t/\tau_0 \approx 22{,}8 e e22,81,3×1010e^{-22{,}8} \approx 1{,}3 \times 10^{-10}. In media un muone percorrerebbe vτ0658v\tau_0 \approx 658 m, e al suolo non ne arriverebbe quasi nessuno.

Con la relatività, per chi sta a terra la vita media del muone in moto è γτ034,8 μ\gamma\tau_0 \approx 34{,}8\ \mus, quindi t/(γτ0)1,44t/(\gamma\tau_0) \approx 1{,}44 e arriva al suolo una frazione e1,440,24e^{-1{,}44} \approx 0{,}24, circa un muone su quattro.

Nel sistema del muone la vita media è τ0\tau_0, ma è l’atmosfera a muoversi: lo spessore da attraversare si contrae a h/γ948h/\gamma \approx 948 m, percorso in 3,17 μ3{,}17\ \mus. Il rapporto con τ0\tau_0 è di nuovo 1,441{,}44, e la frazione è la stessa.

Commento: i due osservatori spiegano lo stesso fatto con due effetti diversi, ma devono contare lo stesso numero di muoni al suolo, perché quel conteggio è un fatto. L’errore frequente è applicare entrambi gli effetti nello stesso sistema di riferimento, contando due volte la correzione.

Esercizio 2. Due orologi a luce identici, con specchi a distanza propria L0=1,5L_0 = 1{,}5 m, viaggiano insieme con velocità V=0,60cV = 0{,}60\,c rispetto al laboratorio: uno ha gli specchi paralleli alla direzione del moto, l’altro perpendicolari. Calcola il periodo proprio e i due periodi misurati nel laboratorio. Usa c=3,00×108c = 3{,}00 \times 10^8 m/s.

Periodo proprio: T0=2L0/c=3,0/(3,00×108)T_0 = 2L_0/c = 3{,}0/(3{,}00 \times 10^8) s =10,0= 10{,}0 ns. Il fattore di Lorentz è γ=1/10,36=1,25\gamma = 1/\sqrt{1 - 0{,}36} = 1{,}25.

Orologio con la distanza tra gli specchi perpendicolare al moto: T=γT0=12,5T = \gamma T_0 = 12{,}5 ns.

Orologio con la distanza lungo il moto: nel laboratorio gli specchi distano L=L0/γ=1,20L = L_0/\gamma = 1{,}20 m. L’andata dura L/(cV)=1,20/(1,20×108)L/(c - V) = 1{,}20/(1{,}20 \times 10^8) s =10,0= 10{,}0 ns, il ritorno L/(c+V)=1,20/(4,80×108)L/(c + V) = 1{,}20/(4{,}80 \times 10^8) s =2,5= 2{,}5 ns. Il periodo è 12,512{,}5 ns, lo stesso dell’altro orologio.

Commento: l’andata dura quattro volte il ritorno, ma la somma coincide con il periodo dell’orologio perpendicolare. Se nel calcolo si usasse la lunghezza propria 1,51{,}5 m invece di quella contratta, si otterrebbe 15,615{,}6 ns e i due orologi, che viaggiano insieme e scattano insieme, per il laboratorio andrebbero a ritmi diversi: un risultato impossibile, che segnala l’errore.

Esercizio 3. Un vagone lungo L0=300L_0 = 300 m viaggia a V=0,60cV = 0{,}60\,c. Dal suo centro partono due impulsi di luce verso le estremità. Quando arrivano gli impulsi, per chi è sul vagone e per chi è a terra?

Sul vagone ogni impulso percorre 150150 m, e i due arrivano insieme dopo 150/(3,00×108)150/(3{,}00 \times 10^8) s =0,50 μ= 0{,}50\ \mus.

A terra il vagone è lungo L=300/1,25=240L = 300/1{,}25 = 240 m. L’impulso verso la coda arriva dopo tA=L/(2(c+V))=120/(4,80×108)t_A = L/(2(c + V)) = 120/(4{,}80 \times 10^8) s =0,25 μ= 0{,}25\ \mus, quello verso la testa dopo tB=L/(2(cV))=120/(1,20×108)t_B = L/(2(c - V)) = 120/(1{,}20 \times 10^8) s =1,00 μ= 1{,}00\ \mus. La differenza è 0,75 μ0{,}75\ \mus, e la formula γVL0/c2=1,250,60300/(3,00×108)\gamma V L_0/c^2 = 1{,}25 \cdot 0{,}60 \cdot 300/(3{,}00 \times 10^8) s =0,75 μ= 0{,}75\ \mus dà lo stesso valore.

Commento: per chi è a terra nessuno dei due arrivi avviene a 0,50 μ0{,}50\ \mus, e non c’è niente di strano: i tempi di due osservatori diversi non si confrontano uno a uno. L’errore tipico è calcolare i tempi a terra con la lunghezza propria del vagone, che darebbe tA0,31 μt_A \approx 0{,}31\ \mus e tB=1,25 μt_B = 1{,}25\ \mus.

Esercizio 4. Un’astronave parte dalla Terra verso una stella che, nel sistema della Terra, dista 4,04{,}0 anni luce, e viaggia a V=0,80cV = 0{,}80\,c. Quanto dura il viaggio secondo gli orologi della Terra e secondo l’orologio di bordo? Trascura le fasi di accelerazione e il moto relativo tra Terra e stella.

Il fattore di Lorentz è γ=1/10,64=1/0,601,67\gamma = 1/\sqrt{1 - 0{,}64} = 1/0{,}60 \approx 1{,}67.

Nel sistema della Terra il viaggio dura 4,0/0,80=5,04{,}0/0{,}80 = 5{,}0 anni. Partenza e arrivo avvengono in due punti diversi, e il tempo lo misurano due orologi sincronizzati, uno sulla Terra e uno presso la stella.

Per l’orologio di bordo partenza e arrivo avvengono nello stesso punto, l’astronave: il tempo che segna è un tempo proprio, e per la dilatazione dei tempi vale 5,0/γ=3,05{,}0/\gamma = 3{,}0 anni.

Lo stesso risultato si ottiene ragionando nel sistema dell’astronave. Lì sono la Terra e la stella a muoversi a 0,80c0{,}80\,c, e la loro distanza, lungo la direzione del moto, è contratta a 4,0/γ=2,44{,}0/\gamma = 2{,}4 anni luce: la stella arriva all’astronave dopo 2,4/0,80=3,02{,}4/0{,}80 = 3{,}0 anni.

Commento: non c’è un orologio «giusto» e uno «sbagliato». I 5,05{,}0 anni e i 3,03{,}0 anni sono misure di cose diverse, fatte con procedure diverse: la prima con due orologi fermi sulla Terra e sulla stella, la seconda con un orologio solo, che viaggia. L’astronauta invecchia davvero di tre anni.

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