I postulati di Einstein
Percorso: Relatività ristretta · 2 di 12
Prima di questo, potrebbe interessarti: Il principio di relatività di Galileo
Indice
Dove la relatività di Galileo non basta
Alla fine dell’Ottocento la meccanica di Newton e il principio di relatività di Galileo avevano alle spalle due secoli di successi. I problemi arrivarono dall’elettromagnetismo.
Il primo problema è quello da cui partì Einstein nel 1905. Una spira conduttrice e un magnete si muovono l’uno rispetto all’altro. Per chi vede fermo il magnete, sugli elettroni della spira, che si muovono con lei, agisce la forza di Lorentz, e nella spira circola corrente. Per chi vede ferma la spira, il magnete in moto fa variare il flusso magnetico concatenato, e per la legge di Faraday nasce un campo elettrico che spinge gli elettroni. La corrente misurata è la stessa; le spiegazioni sono due, e quale usare dipende da quale dei due corpi si considera fermo. Einstein la chiamò un’asimmetria che nei fenomeni non c’è.
Il secondo riguarda la luce. Le equazioni di Maxwell prevedono onde elettromagnetiche che nel vuoto si propagano con velocità m/s, senza indicare rispetto a quale sistema di riferimento. Con le trasformazioni di Galileo la velocità della luce dovrebbe cambiare da un osservatore all’altro, come cambia quella di un passeggero sul treno. L’esperimento di Michelson e Morley del 1887 cercò una differenza tra le velocità della luce in direzioni diverse, mentre la Terra si muove attorno al Sole, e non la trovò. E le equazioni di Maxwell non mantengono la loro forma con le trasformazioni di Galileo: la mantengono con altre trasformazioni, trovate da Lorentz, che però allora non avevano una giustificazione fisica.
I due postulati
La risposta di Einstein fu di mettere alla base della teoria due affermazioni.
Postulato (principio di relatività)
Le leggi fisiche, tutte e non solo quelle della meccanica, sono le stesse in ogni sistema di riferimento inerziale.
Postulato (costanza della velocità della luce)
In ogni sistema di riferimento inerziale la luce si propaga nel vuoto con la stessa velocità , in ogni direzione e qualunque sia il moto della sorgente.
Il primo estende a tutta la fisica il principio di Galileo, ed è quello che l’esperimento della spira suggerisce. Il secondo viene dagli esperimenti: oltre a quello di Michelson e Morley, nel 1964 al CERN si misurò la velocità dei fotoni emessi da pioni neutri che viaggiavano quasi alla velocità della luce, e risultò ancora . Il modo di procedere è nuovo: fino ad allora dalle leggi fisiche si ricavavano, quasi come una curiosità, le loro simmetrie; qui si parte dalla simmetria per ricavare le leggi.
I due postulati insieme sono incompatibili con le trasformazioni di Galileo. Se la luce ha velocità per , la composizione darebbe per . Nell’articolo precedente le trasformazioni di Galileo erano state dimostrate a partire da sei ipotesi; una va abbandonata, ed è quella del tempo assoluto. Il resto di questo articolo mostra perché, usando soltanto i due postulati, l’omogeneità e l’isotropia dello spazio e alcuni esperimenti ideali.
Per gli esperimenti ogni osservatore ha lo stesso strumento: un regolo di lunghezza e un orologio a luce, due specchi paralleli alla distanza tra i quali rimbalza un impulso. Per chi tiene fermo l’orologio, l’intervallo tra due arrivi successivi dell’impulso sullo stesso specchio è
Per il principio di relatività due osservatori inerziali in moto relativo, ciascuno con una copia dello strumento, trovano sulla propria copia gli stessi e .
Definizione (lunghezza propria e tempo proprio)
La lunghezza propria di un oggetto è la sua lunghezza misurata da un osservatore rispetto al quale è fermo. Il tempo proprio tra due eventi che per un osservatore avvengono nello stesso punto è l’intervallo di tempo tra i due eventi misurato da un orologio fermo in quel punto.
Orologi sincronizzati
Per misurare la velocità di un oggetto che passa da un punto a un punto servono gli istanti dei due passaggi. Un orologio in registra senza problemi il passaggio in . Per il passaggio in si potrebbe mandare un segnale da ad e sottrarre il suo tempo di viaggio, ma per conoscerlo bisognerebbe conoscere la velocità del segnale, cioè saper già misurare una velocità. L’unica via d’uscita è mettere un secondo orologio in , e questo richiede di dire che cosa significa che i due orologi segnano «lo stesso tempo».
Definizione (sincronizzazione di Einstein)
Due orologi fermi nei punti e sono sincronizzati se due impulsi di luce emessi nello stesso istante dal punto medio del segmento arrivano in e in quando i due orologi segnano lo stesso tempo.
Due impulsi emessi insieme da uno stesso punto non pongono problemi: la simultaneità nello stesso punto è un fatto su cui tutti gli osservatori concordano. La definizione usa il secondo postulato, perché presuppone che la luce percorra e con la stessa velocità. Einstein la formulò in un modo equivalente: un impulso parte da all’istante , arriva in all’istante e torna in all’istante ; gli orologi sono sincronizzati se . Gli orologi vanno sincronizzati dopo averli messi al loro posto, perché, come si vedrà, spostarli cambia il loro ritmo.
Da qui in avanti ogni osservatore inerziale dispone di un orologio fermo in ogni punto del suo sistema, tutti sincronizzati in questo modo: il tempo di un evento, per lui, è quello che segna l’orologio che si trova nel punto dell’evento.
Le lunghezze perpendicolari al moto
Si comincia da ciò che non cambia. Due regoli identici e , fermi rispettivamente in e in , sono disposti perpendicolarmente all’asse lungo cui avviene il moto relativo, con le estremità inferiori sulla stessa retta parallela a . A ciascuna estremità di ciascun regolo è fissato un pennino, che lascia un segno sull’altro regolo quando i due si incrociano.
Proposizione (lunghezze trasversali)
Le lunghezze perpendicolari alla direzione del moto relativo sono le stesse per i due osservatori: un regolo di lunghezza propria , disposto perpendicolarmente al moto, ha lunghezza anche per l’osservatore rispetto al quale si muove.
Si supponga che per il regolo in moto sia più corto di . Quando i regoli si incrociano, il pennino superiore di lascia un segno su a un’altezza minore di , mentre il pennino superiore di , più in alto dell’estremità di , non tocca e non lascia alcun segno. Il principio di relatività, insieme all’isotropia dello spazio che rende equivalenti i versi e , dice che la situazione vista da è la stessa con i ruoli scambiati: per il regolo in moto è più corto, e il pennino superiore di lascia un segno su . Ma la presenza di un segno su un regolo è un fatto, che non dipende da chi lo guarda: su quel segno o c’è o non c’è. La contraddizione mostra che non può essere più corto di . Scambiando i ruoli di e si esclude allo stesso modo che sia più lungo, quindi le due lunghezze sono uguali.
Fine della dimostrazione.
Qui non c’è nessuna sottigliezza sulla simultaneità: ogni segno nasce nel punto e nell’istante in cui due pennini si incontrano, e un incontro nello stesso punto è lo stesso evento per tutti. Con la lunghezza lungo la direzione del moto le cose andranno diversamente.
La dilatazione dei tempi
L’orologio a luce di è disposto con gli specchi paralleli all’asse , cioè con la distanza perpendicolare al moto. Per l’impulso va su e giù in verticale, e il periodo è . Per l’orologio si muove con velocità , e il tempo tra due arrivi successivi dell’impulso sullo specchio inferiore lo misurano due dei suoi orologi sincronizzati, perché lo specchio nel frattempo si è spostato.
Teorema (dilatazione dei tempi)
Un orologio fermo in con periodo proprio ha, per l’osservatore rispetto al quale si muove con velocità , il periodo
Per l’impulso parte dallo specchio inferiore all’istante e raggiunge lo specchio superiore all’istante . In quel tempo lo specchio superiore si è spostato di lungo , e la distanza tra gli specchi in direzione perpendicolare al moto è ancora , per la proposizione sulle lunghezze trasversali. Il cammino dell’impulso è quindi l’ipotenusa di un triangolo rettangolo con cateti e , e per il secondo postulato l’impulso lo percorre con velocità :
Il ritorno, dallo specchio superiore a quello inferiore, dura un tempo che soddisfa la stessa equazione, , quindi . Il periodo misurato da è
Fine della dimostrazione.
L’orologio a luce in due pannelli. A sinistra, nel sistema in cui l’orologio è fermo, l’impulso va e torna in verticale tra due specchi a distanza , e ogni andata e ritorno dura . A destra lo stesso orologio visto da un osservatore rispetto al quale si muove con velocità : l’impulso percorre i due lati obliqui di un triangolo isoscele alto , ciascuno lungo , mentre l’orologio avanza di . Nell’animazione i due orologi partono insieme; con , cioè , quello in moto impiega un quarto di tempo in più per ogni andata e ritorno.
Il numero si chiama fattore di Lorentz, e il rapporto si indica spesso con , così che . Poiché per ogni , un orologio in moto batte più lentamente di come batte per chi lo tiene fermo. Per le velocità di tutti i giorni l’effetto è minuscolo: per un aereo a m/s, e .
Il risultato non riguarda solo gli orologi a luce. Un altro orologio fermo in , di qualunque tipo, che batte insieme all’orologio a luce quando sono vicini, deve continuare a farlo per : due orologi che scattano nello stesso punto e nello stesso istante lo fanno per tutti gli osservatori. Se il suo ritmo cambiasse in un altro modo, confrontando i due orologi potrebbe accorgersi del proprio moto, contro il principio di relatività. Rallenta tutto: le oscillazioni di un quarzo, un decadimento radioattivo, il battito di un cuore.
L’effetto è reciproco. Per sono gli orologi di a rallentare, e le due affermazioni non si contraddicono, perché le misure non sono fatte nello stesso modo. Ciascun osservatore misura il tempo proprio del proprio orologio con un solo orologio, fermo accanto a lui, e il periodo dell’orologio dell’altro con due orologi, nei due punti in cui si trova l’orologio in moto all’inizio e alla fine del periodo. Sono procedure diverse, e non devono dare lo stesso risultato. Il principio di relatività chiede solo che la stessa procedura, eseguita da o da , dia lo stesso risultato, ed è così.
La contrazione delle lunghezze
Ora l’orologio a luce di è girato di un angolo retto: gli specchi sono perpendicolari all’asse e la loro distanza propria è lungo la direzione del moto. Per quella distanza vale , e a priori non si può escludere che sia diversa da .
Teorema (contrazione delle lunghezze)
Un regolo fermo in , disposto lungo la direzione del moto relativo e di lunghezza propria , ha per la lunghezza
Si usano due orologi a luce fermi in con la stessa distanza propria tra gli specchi: uno disposto lungo , l’altro perpendicolare. I due orologi hanno il primo specchio nello stesso punto, da cui i due impulsi partono insieme. Per entrambi hanno periodo , quindi i due impulsi tornano insieme al punto di partenza. Il ritorno simultaneo nello stesso punto è un fatto per tutti gli osservatori: anche per i due orologi hanno lo stesso periodo, che per il teorema della dilatazione dei tempi applicato all’orologio perpendicolare vale .
Si calcola ora, in , il periodo dell’orologio disposto lungo , i cui specchi distano e si muovono con velocità . All’andata l’impulso insegue il secondo specchio, che si allontana: se l’andata dura , la luce percorre la distanza più lo spostamento dello specchio, . Al ritorno il primo specchio va incontro all’impulso: se il ritorno dura , . Per il secondo postulato la velocità della luce è in entrambi i versi, quindi
Uguagliando al periodo trovato prima, , da cui .
Fine della dimostrazione.
Un oggetto in moto è più corto nella direzione del moto, e solo in quella. È la contrazione di Lorentz. Anche questo effetto è reciproco, e per la stessa ragione della dilatazione: misurare la lunghezza di un oggetto in moto vuol dire segnare dove si trovano le sue due estremità nello stesso istante, e, come si vede tra poco, «nello stesso istante» dipende dall’osservatore.
La simultaneità dipende dall’osservatore
Nel mezzo di un vagone, nel punto , una sorgente emette due impulsi di luce, uno verso la coda e uno verso la testa . Il vagone, fermo in , ha lunghezza propria e si muove rispetto ai binari, il sistema , con velocità nel verso che va da a . «Arrivo dell’impulso in » e «arrivo dell’impulso in » sono due eventi, per esempio due lampadine che si accendono, e quali siano gli eventi non dipende dall’osservatore.
Proposizione (relatività della simultaneità)
I due arrivi sono simultanei per . Per l’impulso raggiunge prima e poi , con un ritardo
In il vagone è fermo, è il punto medio di e la luce ha velocità in entrambi i versi: i due impulsi percorrono la stessa distanza alla stessa velocità e arrivano nello stesso istante.
In il vagone ha lunghezza , per la contrazione delle lunghezze, e ne resta il punto medio, perché le due metà hanno la stessa lunghezza propria e si contraggono dello stesso fattore. Si prende l’origine di nel punto dei binari in cui si trova all’istante dell’emissione, . La coda e la testa si muovono con le leggi
mentre per il secondo postulato gli impulsi seguono e . L’impulso verso la coda la raggiunge quando , quello verso la testa quando :
La differenza è
positiva per .
Fine della dimostrazione.
Lo stesso lampo nei due sistemi, con . A sinistra, per chi sta sul vagone, i due impulsi partono da e arrivano insieme in e in . A destra, per chi sta a terra, la coda va incontro alla luce e viene raggiunta presto; la testa si allontana, e l’impulso la raggiunge solo quando il vagone è avanzato molto di più. La linea tratteggiata segna il punto dei binari da cui è partito il lampo.
Due eventi che avvengono in punti diversi possono essere simultanei per un osservatore e non per un altro. Invertendo il verso del moto, per arriverebbe prima l’impulso in : l’ordine dei due eventi dipende dall’osservatore. Questo non mette in crisi il rapporto tra cause ed effetti. Nessun segnale può andare da a in tempo per far accendere una lampadina mentre si accende l’altra, e l’articolo sull’intervallo dimostra che l’ordine temporale di due eventi può cambiare solo quando tra loro non c’è nessun legame causale possibile.
Con due proiettili sparati da la conclusione sarebbe diversa, secondo la meccanica classica: per chi è a terra le velocità dei proiettili si sommano a quella del treno, uno va più veloce e uno più lento, e arrivano insieme. Due suoni, invece, arriverebbero in tempi diversi anche per la fisica classica, ma per un’altra ragione: il suono si propaga rispetto all’aria, e l’aria ferma rispetto ai binari distingue un sistema di riferimento dagli altri. La luce non ha un mezzo del genere, e ha la stessa velocità per tutti.
La velocità della luce come limite
Nella formula della dilatazione dei tempi il fattore è un numero reale solo per , e tende all’infinito quando si avvicina a : un orologio che viaggiasse alla velocità della luce, per chi lo vede passare, sarebbe fermo. La cinematica suggerisce che sia un limite. La dimostrazione che nessun corpo dotato di massa può raggiungerla viene dalla dinamica, perché l’energia necessaria per accelerarlo cresce senza limite, e si trova nell’articolo sull’energia e sulla quantità di moto relativistiche. Solo le particelle prive di massa, come i fotoni, viaggiano a . Particelle più veloci della luce, i tachioni, sono state ipotizzate ma mai osservate.
Anche la gravità si propaga alla velocità della luce: nel 2017 le onde gravitazionali emesse dalla fusione di due stelle di neutroni e i raggi gamma prodotti nello stesso evento sono arrivati sulla Terra a meno di due secondi di distanza, dopo un viaggio di circa 130 milioni di anni, e questo limita la differenza tra le due velocità a qualche parte su . Nessuna informazione può viaggiare più veloce di : se potesse, per qualche osservatore un effetto precederebbe la sua causa, come si vedrà con i diagrammi di Minkowski.
I muoni atmosferici
Un esempio in cui la dilatazione dei tempi e la contrazione delle lunghezze si vedono entrambe è quello dei muoni atmosferici. I muoni sono particelle elementari che, ferme, decadono in media dopo milionesimi di secondo in un elettrone e due neutrini. Quelli che si osservano in natura nascono a una quindicina di chilometri di quota, negli urti dei raggi cosmici con i nuclei dell’atmosfera, e viaggiano quasi alla velocità della luce. In milionesimi di secondo la luce percorre circa m, eppure i muoni arrivano al suolo in gran numero.
Per chi sta a terra la spiegazione è la dilatazione dei tempi: la vita media di un muone in moto è , decine di volte più lunga, e basta per scendere di molti chilometri. Per chi viaggia con il muone la vita media è , ma l’atmosfera che gli corre incontro è contratta di un fattore , e i chilometri da attraversare diventano poche centinaia di metri. Le due spiegazioni sono diverse, il numero di muoni che arriva al suolo è lo stesso, come mostra il primo esercizio.
Esercizi risolti e commentati
Esercizio 1. Un muone viene prodotto a km di quota e scende verso il suolo con velocità . La sua vita media, misurata nel sistema in cui è fermo, è s. Calcola quale frazione dei muoni prodotti arriva al suolo, prima senza e poi con la relatività, e ripeti il calcolo nel sistema di riferimento del muone.
Il fattore di Lorentz è
Il tempo di volo misurato da terra è s. La frazione di muoni che sopravvive dopo un tempo è , dove è la vita media nel sistema in cui si misura .
Senza relatività si userebbe : e . In media un muone percorrerebbe m, e al suolo non ne arriverebbe quasi nessuno.
Con la relatività, per chi sta a terra la vita media del muone in moto è s, quindi e arriva al suolo una frazione , circa un muone su quattro.
Nel sistema del muone la vita media è , ma è l’atmosfera a muoversi: lo spessore da attraversare si contrae a m, percorso in s. Il rapporto con è di nuovo , e la frazione è la stessa.
Commento: i due osservatori spiegano lo stesso fatto con due effetti diversi, ma devono contare lo stesso numero di muoni al suolo, perché quel conteggio è un fatto. L’errore frequente è applicare entrambi gli effetti nello stesso sistema di riferimento, contando due volte la correzione.
Esercizio 2. Due orologi a luce identici, con specchi a distanza propria m, viaggiano insieme con velocità rispetto al laboratorio: uno ha gli specchi paralleli alla direzione del moto, l’altro perpendicolari. Calcola il periodo proprio e i due periodi misurati nel laboratorio. Usa m/s.
Periodo proprio: s ns. Il fattore di Lorentz è .
Orologio con la distanza tra gli specchi perpendicolare al moto: ns.
Orologio con la distanza lungo il moto: nel laboratorio gli specchi distano m. L’andata dura s ns, il ritorno s ns. Il periodo è ns, lo stesso dell’altro orologio.
Commento: l’andata dura quattro volte il ritorno, ma la somma coincide con il periodo dell’orologio perpendicolare. Se nel calcolo si usasse la lunghezza propria m invece di quella contratta, si otterrebbe ns e i due orologi, che viaggiano insieme e scattano insieme, per il laboratorio andrebbero a ritmi diversi: un risultato impossibile, che segnala l’errore.
Esercizio 3. Un vagone lungo m viaggia a . Dal suo centro partono due impulsi di luce verso le estremità. Quando arrivano gli impulsi, per chi è sul vagone e per chi è a terra?
Sul vagone ogni impulso percorre m, e i due arrivano insieme dopo s s.
A terra il vagone è lungo m. L’impulso verso la coda arriva dopo s s, quello verso la testa dopo s s. La differenza è s, e la formula s s dà lo stesso valore.
Commento: per chi è a terra nessuno dei due arrivi avviene a s, e non c’è niente di strano: i tempi di due osservatori diversi non si confrontano uno a uno. L’errore tipico è calcolare i tempi a terra con la lunghezza propria del vagone, che darebbe s e s.
Esercizio 4. Un’astronave parte dalla Terra verso una stella che, nel sistema della Terra, dista anni luce, e viaggia a . Quanto dura il viaggio secondo gli orologi della Terra e secondo l’orologio di bordo? Trascura le fasi di accelerazione e il moto relativo tra Terra e stella.
Il fattore di Lorentz è .
Nel sistema della Terra il viaggio dura anni. Partenza e arrivo avvengono in due punti diversi, e il tempo lo misurano due orologi sincronizzati, uno sulla Terra e uno presso la stella.
Per l’orologio di bordo partenza e arrivo avvengono nello stesso punto, l’astronave: il tempo che segna è un tempo proprio, e per la dilatazione dei tempi vale anni.
Lo stesso risultato si ottiene ragionando nel sistema dell’astronave. Lì sono la Terra e la stella a muoversi a , e la loro distanza, lungo la direzione del moto, è contratta a anni luce: la stella arriva all’astronave dopo anni.
Commento: non c’è un orologio «giusto» e uno «sbagliato». I anni e i anni sono misure di cose diverse, fatte con procedure diverse: la prima con due orologi fermi sulla Terra e sulla stella, la seconda con un orologio solo, che viaggia. L’astronauta invecchia davvero di tre anni.
Hai trovato un errore o qualcosa che non funziona in questa pagina? Scrivi una segnalazione