Vai al contenuto
Emmy

Gli spazi curvi e la curvatura gaussiana

Fisica · Relatività generale Articolo

Percorso: Relatività generale · 4 di 13

Prima di questo, potrebbe interessarti: Coordinate e tensore metrico

Indice

La geometria vista da dentro

Si immagini una formica che cammina su una superficie e non ha idea di cosa ci sia fuori. Ha un metro, o semplicemente conta i passi, e con quello costruisce la sua geometria: chiama retta la linea più breve tra due punti, misura gli angoli tra le rette, disegna figure. Se la superficie è un piano, la formica ritrova Euclide. Per un punto fuori da una retta passa una sola parallela. Percorrendo quattro tratti uguali e svoltando ogni volta ad angolo retto torna al punto di partenza, dopo aver disegnato un quadrato. Il rapporto tra una circonferenza e il suo raggio è sempre 2π2\pi, vale il teorema di Pitagora e gli angoli interni di un triangolo sommano a π\pi.

Su una sfera nessuna di queste regole resta vera. La domanda di questo articolo è come la formica possa accorgersene senza uscire dalla superficie, e come si misuri quanto la superficie è curva. È la stessa domanda che la relatività generale pone per lo spaziotempo, dove nessuno può uscire a guardare.

Superfici che si srotolano

Un foglio di carta arrotolato a cilindro o a cono sembra curvo, ma per la formica non cambia niente: le distanze tra i punti del foglio restano quelle, le linee più brevi restano le stesse, e così gli angoli. Si può sempre srotolare il foglio e ritrovare sul piano quello che ci si era disegnato. Con gli strumenti dell’articolo sulle coordinate lo si dimostra.

Per una superficie descritta da due coordinate, con la posizione r(x1,x2)\mathbf r(x^1, x^2) nello spazio, la proposizione sulla metrica in coordinate curvilinee vale con la stessa dimostrazione: tra punti vicini della superficie ds2=gikdxidxkds^2 = g_{ik}\,dx^i\,dx^k, con gik=eiekg_{ik} = \mathbf e_i\cdot\mathbf e_k ed ei=r/xi\mathbf e_i = \partial\mathbf r/\partial x^i. Al primo ordine la distanza misurata sulla superficie coincide con quella in linea d’aria.

Proposizione (cilindro e cono sono piatti)

  1. Sul cilindro di raggio aa, con la quota zz e l’angolo φ\varphi attorno all’asse, ds2=dz2+a2dφ2ds^2 = dz^2 + a^2d\varphi^2; con u=aφu = a\varphi il tensore metrico è la matrice identità.
  2. Sul cono di semiapertura α\alpha, con la distanza ρ\rho dal vertice misurata sulla superficie e l’angolo φ\varphi attorno all’asse, ds2=dρ2+ρ2sin2αdφ2ds^2 = d\rho^2 + \rho^2\sin^2\alpha\,d\varphi^2; con ψ=φsinα\psi = \varphi\sin\alpha è la metrica delle coordinate polari del piano, e il cono srotolato è un settore circolare di angolo 2πsinα2\pi\sin\alpha.
Dimostrazione.
  1. r=(acosφ, asinφ, z)\mathbf r = (a\cos\varphi,\ a\sin\varphi,\ z), quindi ez=(0,0,1)\mathbf e_z = (0, 0, 1) ed eφ=(asinφ, acosφ, 0)\mathbf e_\varphi = (-a\sin\varphi,\ a\cos\varphi,\ 0): gzz=1g_{zz} = 1, gφφ=a2g_{\varphi\varphi} = a^2, gzφ=0g_{z\varphi} = 0. Con u=aφu = a\varphi si ha du=adφdu = a\,d\varphi e ds2=dz2+du2ds^2 = dz^2 + du^2.

  2. r=(ρsinαcosφ, ρsinαsinφ, ρcosα)\mathbf r = (\rho\sin\alpha\cos\varphi,\ \rho\sin\alpha\sin\varphi,\ \rho\cos\alpha). Allora eρ=(sinαcosφ, sinαsinφ, cosα)\mathbf e_\rho = (\sin\alpha\cos\varphi,\ \sin\alpha\sin\varphi,\ \cos\alpha), di modulo 11, ed eφ=(ρsinαsinφ, ρsinαcosφ, 0)\mathbf e_\varphi = (-\rho\sin\alpha\sin\varphi,\ \rho\sin\alpha\cos\varphi,\ 0), di modulo quadro ρ2sin2α\rho^2\sin^2\alpha, ortogonale a eρ\mathbf e_\rho. Con ψ=φsinα\psi = \varphi\sin\alpha, ds2=dρ2+ρ2dψ2ds^2 = d\rho^2 + \rho^2d\psi^2, che è la metrica polare dell’articolo sulle coordinate, e al giro completo 0φ2π0 \le \varphi \le 2\pi corrisponde 0ψ2πsinα0 \le \psi \le 2\pi\sin\alpha.

Fine della dimostrazione.

Le coordinate coprono il cilindro e il cono tagliati lungo una generatrice, come il foglio prima di essere chiuso; il vertice del cono va escluso. Una sfera invece non si copre con un foglio senza stropicciarlo o strapparlo. È il problema della cartografia: tutte le proiezioni, da quella di Mercatore a quella di Peters, deformano qualcosa. Su una carta che copre una regione piccola basta la scala, per esempio 1:100 000, cioè un centimetro sulla carta per un chilometro sul terreno. Su un planisfero una scala unica non esiste, e ogni zona della carta ne ha una sua.

Per trasformare un piano in una sfera bisogna deformarlo. Si pensi a una scatola chiusa da una membrana elastica piana, come un tamburo, e si pompi aria dentro: la membrana si gonfia e prende una forma quasi sferica. Un triangolo disegnato sulla membrana piatta, a membrana gonfia, ha lati più lunghi e angoli la cui somma supera π\pi. La membrana ha subito quello che al foglio arrotolato non succede: le distanze tra i suoi punti sono cambiate.

Euclide e le geometrie non euclidee

Per più di due millenni la geometria è stata quella di Euclide, costruita su cinque postulati. Il quinto, nella forma equivalente oggi più usata, dice che per un punto fuori da una retta passa una sola retta parallela a quella data. (Non va confuso con «due rette parallele non si incontrano mai», che è la definizione di parallele.) Il quinto postulato è meno evidente degli altri, e per secoli si cercò di dedurlo dai primi quattro. Nel primo Ottocento Gauss, senza pubblicare nulla, Nikolaj Lobačevskij nel 1829 e János Bolyai nel 1832 costruirono una geometria in cui per un punto passano infinite parallele. Nel 1868 Eugenio Beltrami ne diede un modello dentro la geometria euclidea: se la geometria di Euclide non contiene contraddizioni, non ne contiene nemmeno quella di Lobačevskij, e il quinto postulato non si può dedurre dagli altri.

Queste geometrie non nascevano da un fatto sperimentale. Gauss diresse la triangolazione del Regno di Hannover e misurò con cura il triangolo che ha per vertici tre cime, il Brocken, l’Hoher Hagen e l’Inselsberg, con lati fino a circa cento chilometri; se tra gli scopi ci fosse anche verificare la geometria euclidea è discusso dagli storici. In ogni caso non trovò deviazioni. Fu la relatività generale a mettere in discussione, con previsioni poi confermate, la geometria dello spazio in cui viviamo.

Il teorema di Girard

Sulla sfera le linee più brevi sono archi di cerchio massimo, le circonferenze che hanno lo stesso centro della sfera: meridiani ed equatore lo sono, gli altri paralleli no. Due cerchi massimi si incontrano sempre, in due punti opposti, quindi sulla sfera non ci sono parallele. Un triangolo sferico ha per lati tre archi di cerchio massimo, e il suo angolo in un vertice è l’angolo tra le tangenti ai due lati, uguale all’angolo tra i piani dei due cerchi massimi. Un fuso di angolo α\alpha è la regione compresa tra due semicirconferenze massime che uniscono due punti opposti e formano l’angolo α\alpha.

Lemma (area del fuso)

Su una sfera di raggio RR un fuso di angolo α\alpha ha area 2αR22\alpha R^2.

Dimostrazione.

Si prendono i due punti opposti come poli e si usano la colatitudine Φ\Phi, l’angolo dal polo nord, e la longitudine θ\theta, con il fuso tra θ=0\theta = 0 e θ=α\theta = \alpha. Gli spostamenti lungo un meridiano e lungo un parallelo sono RdΦR\,d\Phi e RsinΦdθR\sin\Phi\,d\theta, come dice la proposizione sulla metrica della sfera più avanti, e sono perpendicolari: la cella corrispondente ha area R2sinΦdΦdθR^2\sin\Phi\,d\Phi\,d\theta. Allora l’area del fuso è

0α ⁣ ⁣0πR2sinΦdΦdθ=αR2[cosΦ]0π=2αR2.\int_0^\alpha\!\!\int_0^\pi R^2\sin\Phi\,d\Phi\,d\theta = \alpha R^2\,\big[-\cos\Phi\big]_0^\pi = 2\alpha R^2 .

Fine della dimostrazione.

Con α=2π\alpha = 2\pi si ritrova l’area della sfera, 4πR24\pi R^2.

Teorema (di Girard)

Un triangolo sferico con angoli α\alpha, β\beta, γ\gamma su una sfera di raggio RR ha area

A=(α+β+γπ)R2.A = (\alpha + \beta + \gamma - \pi)\,R^2 .
Dimostrazione.

Siano aa, bb, cc i cerchi massimi dei lati opposti ai vertici di angoli α\alpha, β\beta, γ\gamma. Ciascuno divide la sfera in due emisferi: si chiama HaH_a quello che contiene il vertice opposto al lato aa, e HaH_a' l’altro; lo stesso per bb e cc. Il triangolo è T=HaHbHcT = H_a \cap H_b \cap H_c, e il triangolo opposto T=HaHbHcT' = H_a' \cap H_b' \cap H_c' è la sua immagine attraverso il centro, quindi ha la stessa area AA.

Nel vertice di angolo α\alpha si incontrano i lati che stanno su bb e su cc. La regione HbHcH_b \cap H_c è un fuso di angolo α\alpha che contiene TT, e HbHcH_b' \cap H_c' è il fuso opposto, con lo stesso angolo. Allo stesso modo HaHcH_a \cap H_c e HaHcH_a' \cap H_c' sono fusi di angolo β\beta, HaHbH_a \cap H_b e HaHbH_a' \cap H_b' fusi di angolo γ\gamma. Per il lemma la somma delle aree dei sei fusi è 4R2(α+β+γ)4R^2(\alpha + \beta + \gamma).

Si conta quante volte i sei fusi coprono un punto PP che non sta sui tre cerchi. Rispetto a ciascun cerchio PP sta dalla parte del triangolo, nell’emisfero HH, o dalla parte opposta, in HH'. PP sta in uno dei due fusi associati a una coppia di cerchi, per esempio bb e cc, esattamente quando sta dalla stessa parte rispetto a entrambi: in HbH_b e HcH_c, oppure in HbH_b' e HcH_c'. Se PP è dalla stessa parte rispetto a tutti e tre i cerchi, cioè sta in TT o in TT', le coppie concordi sono tre; altrimenti due cerchi lo vedono dalla stessa parte e il terzo no, e la coppia concorde è una sola. I cerchi hanno area nulla, quindi

4R2(α+β+γ)=3(A+A)+1(4πR22A)=4πR2+4A,4R^2(\alpha + \beta + \gamma) = 3\,(A + A) + 1\cdot(4\pi R^2 - 2A) = 4\pi R^2 + 4A ,

da cui la tesi.

Fine della dimostrazione.

La somma degli angoli di un triangolo sferico supera sempre π\pi, e l’eccesso è proporzionale all’area. Un triangolo piccolo ha un eccesso piccolo e sembra piano: è la ragione per cui la geometria euclidea funziona benissimo su un campo da calcio.

Triangolo sferico con tre angoli retti Una sfera vista leggermente dall'alto, con l'equatore disegnato: la metà davanti a tratto continuo, quella dietro tratteggiata. Un triangolo colorato ha un vertice al polo nord e due vertici sull'equatore; i lati sono due meridiani e un quarto di equatore. Ciascuno dei tre angoli interni è di 90 gradi. Nell'animazione una freccia arancione scende dal polo lungo un meridiano, svolta di 90 gradi all'equatore, lo percorre, svolta di nuovo, risale l'altro meridiano e con la terza svolta è di nuovo al polo nella direzione di partenza. polo nord 90° 90° 90° equatore

Un triangolo sulla sfera con un vertice al polo nord e due sull’equatore, a 90° di longitudine l’uno dall’altro. I lati sono archi di cerchio massimo e tutti e tre gli angoli interni sono retti: la somma supera π\pi di π/2\pi/2, e il teorema di Girard dà per l’area πR2/2\pi R^2/2, un ottavo della sfera. Nell’animazione una freccia percorre il triangolo come la formica: scende lungo un meridiano, svolta di 90°, percorre l’equatore, svolta ancora, risale, e con la terza svolta è di nuovo al polo nella direzione di partenza. Sul piano per chiudere un giro con svolte ad angolo retto ne servono quattro.

La curvatura gaussiana

Per chi guarda la sfera da fuori, la sua curvatura è K=1/R2K = 1/R^2: grande per una sfera piccola, nulla nel limite di raggio infinito, in cui la sfera diventa un piano. La formica non conosce RR, ma il teorema di Girard le dà un modo di misurarla: basta tracciare un triangolo, misurarne gli angoli e l’area,

K=1R2=α+β+γπA.K = \frac1{R^2} = \frac{\alpha + \beta + \gamma - \pi}{A} .

Su una superficie qualsiasi il rapporto può cambiare da un punto all’altro, e si prende il limite per triangoli sempre più piccoli.

Definizione (curvatura gaussiana)

La curvatura gaussiana di una superficie in un punto è il limite del rapporto tra l’eccesso angolare α+β+γπ\alpha + \beta + \gamma - \pi di un triangolo geodetico che contiene il punto e l’area del triangolo, quando il triangolo si restringe al punto.

Che il limite esista e non dipenda da come il triangolo si restringe, per una superficie liscia, è una conseguenza del teorema di Gauss-Bonnet, che va oltre l’articolo. Nel piano la curvatura è nulla, sulla sfera vale 1/R21/R^2 ovunque. Può anche essere negativa: su una sella gli angoli di un triangolo sommano a meno di π\pi. Una grandezza definita così si dice intrinseca, perché si misura restando sulla superficie. Un secondo modo di misurarla dall’interno usa le circonferenze.

Proposizione (circonferenze sulla sfera)

Su una sfera di raggio RR i punti che distano ρ\rho da un punto NN, con ρπR\rho \le \pi R e le distanze misurate sulla superficie, formano una circonferenza di lunghezza

C=2πRsinρR=2πρ(1Kρ26+O(ρ4)),K=1R2.C = 2\pi R\sin\frac\rho R = 2\pi\rho\left(1 - \frac{K\rho^2}{6} + O(\rho^4)\right), \qquad K = \frac1{R^2} .
Dimostrazione.

Si prende NN come polo. La distanza da NN lungo il meridiano di un punto con colatitudine Φ\Phi è l’arco RΦR\Phi, quindi i punti a distanza ρ\rho sono quelli con Φ=ρ/R\Phi = \rho/R: formano un parallelo, una circonferenza di raggio RsinΦR\sin\Phi e lunghezza 2πRsin(ρ/R)2\pi R\sin(\rho/R). Con lo sviluppo sinx=xx3/6+O(x5)\sin x = x - x^3/6 + O(x^5) si ha 2πRsin(ρ/R)=2πρ(1ρ2/(6R2)+O(ρ4/R4))2\pi R\sin(\rho/R) = 2\pi\rho\,\big(1 - \rho^2/(6R^2) + O(\rho^4/R^4)\big).

Fine della dimostrazione.

Una circonferenza disegnata su una sfera La sezione di una sfera di centro C, con il polo N in alto. Un arco arancione di cerchio massimo va da N a un punto Q ed è lungo ρ. L'angolo al centro tra i raggi CN e CQ vale ρ diviso R. Tutti i punti a distanza ρ da N lungo la superficie formano una circonferenza orizzontale, disegnata di scorcio come un'ellisse; il suo raggio r, in blu, va dall'asse della sfera al punto Q ed è uguale a R per il seno di ρ su R, più corto dell'arco ρ. N C Q ρ R r ρ/R

La sezione di una sfera di centro CC con il polo NN. I punti a distanza ρ\rho da NN, misurata lungo la superficie come l’arco arancione NQNQ, formano una circonferenza orizzontale, disegnata di scorcio. Il suo raggio r=Rsin(ρ/R)r = R\sin(\rho/R), in blu, è più corto dell’arco ρ\rho, quindi la circonferenza è più corta di 2πρ2\pi\rho: la formica che misura raggio e circonferenza trova un rapporto minore di 2π2\pi.

Invertendo lo sviluppo, K=3(2πρC)/(πρ3)K = 3(2\pi\rho - C)/(\pi\rho^3) nel limite ρ0\rho \to 0. La formula vale su ogni superficie liscia e porta il nome di Bertrand, Diguet e Puiseux, che la pubblicarono nel 1848; qui è dimostrata solo per la sfera.

Il theorema egregium

Gauss definì la curvatura di una superficie guardandola dallo spazio in cui è immersa, con le curvature delle sezioni normali, e nel 1827, nelle Disquisitiones generales circa superficies curvas, dimostrò che dipende soltanto dal tensore metrico e dalle sue derivate. Lo chiamò theorema egregium, teorema notevole: la curvatura si calcola dalle misure di distanza fatte sulla superficie, e un foglio si può avvolgere su un cilindro ma non su una sfera perché la curvatura della sfera è diversa da zero e quella del foglio no. Qui lo si enuncia per le coordinate ortogonali, in cui g12=0g_{12} = 0, che sono le sole usate nel seguito.

Teorema (egregium, in coordinate ortogonali)

Se su una superficie ds2=g11(dx1)2+g22(dx2)2ds^2 = g_{11}\,(dx^1)^2 + g_{22}\,(dx^2)^2, la curvatura gaussiana è

K=12g11g22[2g11(x2)22g22(x1)2+12g11(g11x1g22x1+(g11x2)2)+12g22(g11x2g22x2+(g22x1)2)],K = \frac{1}{2g_{11}g_{22}}\left[-\frac{\partial^2 g_{11}}{\partial (x^2)^2} - \frac{\partial^2 g_{22}}{\partial (x^1)^2} + \frac{1}{2g_{11}}\left(\frac{\partial g_{11}}{\partial x^1}\frac{\partial g_{22}}{\partial x^1} + \Big(\frac{\partial g_{11}}{\partial x^2}\Big)^2\right) + \frac{1}{2g_{22}}\left(\frac{\partial g_{11}}{\partial x^2}\frac{\partial g_{22}}{\partial x^2} + \Big(\frac{\partial g_{22}}{\partial x^1}\Big)^2\right)\right],

e il suo valore non dipende dalle coordinate scelte.

La dimostrazione richiede la geometria differenziale delle superfici, con la seconda forma fondamentale e le equazioni di Gauss, e va oltre questo articolo; si trova per esempio nel capitolo 4 di M. P. do Carmo, Differential Geometry of Curves and Surfaces. Negli articoli sulla derivata covariante e sul tensore di Riemann la curvatura si ricaverà dal tensore metrico per altra via, in un numero qualsiasi di dimensioni. Qui la formula si mette alla prova.

Nel piano in coordinate cartesiane i coefficienti sono costanti, tutte le derivate si annullano e K=0K = 0. In coordinate polari, x1=Rx^1 = R e x2=θx^2 = \theta, si ha g11=1g_{11} = 1 e g22=R2g_{22} = R^2; le sole derivate non nulle sono g22/R=2R\partial g_{22}/\partial R = 2R e 2g22/R2=2\partial^2 g_{22}/\partial R^2 = 2, e

K=12R2[2+12R2(2R)2]=0,K = \frac{1}{2R^2}\left[-2 + \frac{1}{2R^2}\,(2R)^2\right] = 0 ,

come deve essere: il piano è lo stesso, cambiano solo le coordinate. Il cilindro e il cono, per la proposizione iniziale, hanno la metrica del piano, e anche la loro curvatura è nulla.

La superficie sferica

Sulla sfera le coordinate cartesiane valgono solo in modo approssimato, in regioni piccole dove la superficie si confonde con il piano tangente. Per coprirla tutta si usano gli angoli delle coordinate sferiche.

Proposizione (metrica della sfera)

Su una sfera di raggio RR, con la colatitudine Φ\Phi e la longitudine θ\theta,

ds2=R2dΦ2+R2sin2Φdθ2,gik=(R200R2sin2Φ).ds^2 = R^2\,d\Phi^2 + R^2\sin^2\Phi\,d\theta^2, \qquad g_{ik} = \begin{pmatrix} R^2 & 0 \\ 0 & R^2\sin^2\Phi \end{pmatrix}.
Dimostrazione.

r=R(sinΦcosθ, sinΦsinθ, cosΦ)\mathbf r = R\,(\sin\Phi\cos\theta,\ \sin\Phi\sin\theta,\ \cos\Phi). Allora eΦ=R(cosΦcosθ, cosΦsinθ, sinΦ)\mathbf e_\Phi = R\,(\cos\Phi\cos\theta,\ \cos\Phi\sin\theta,\ -\sin\Phi) ed eθ=R(sinΦsinθ, sinΦcosθ, 0)\mathbf e_\theta = R\,(-\sin\Phi\sin\theta,\ \sin\Phi\cos\theta,\ 0), e i prodotti scalari danno gΦΦ=R2(cos2Φ+sin2Φ)=R2g_{\Phi\Phi} = R^2(\cos^2\Phi + \sin^2\Phi) = R^2, gθθ=R2sin2Φg_{\theta\theta} = R^2\sin^2\Phi, gΦθ=R2(cosΦsinΦcosθsinθ+cosΦsinΦsinθcosθ)=0g_{\Phi\theta} = R^2(-\cos\Phi\sin\Phi\cos\theta\sin\theta + \cos\Phi\sin\Phi\sin\theta\cos\theta) = 0.

Fine della dimostrazione.

Con sin2Φ\sin^2\Phi nella metrica Φ\Phi è l’angolo misurato dal polo, la colatitudine; con la latitudine λ=π/2Φ\lambda = \pi/2 - \Phi il fattore diventa cos2λ\cos^2\lambda. Nei poli gθθg_{\theta\theta} si annulla, e lì la longitudine non è definita: nessun sistema di coordinate copre tutta la sfera senza punti di questo tipo.

Con x1=Φx^1 = \Phi e x2=θx^2 = \theta, g11=R2g_{11} = R^2 è costante e g22g_{22} dipende solo da Φ\Phi, con

g22Φ=2R2sinΦcosΦ,2g22Φ2=2R2cos2Φ.\frac{\partial g_{22}}{\partial\Phi} = 2R^2\sin\Phi\cos\Phi, \qquad \frac{\partial^2 g_{22}}{\partial\Phi^2} = 2R^2\cos 2\Phi .

Nel theorema egregium restano due termini:

K=12R4sin2Φ[2R2cos2Φ+4R4sin2Φcos2Φ2R2sin2Φ]=2R2(cos2Φsin2Φ)+2R2cos2Φ2R4sin2Φ=1R2.K = \frac{1}{2R^4\sin^2\Phi}\left[-2R^2\cos 2\Phi + \frac{4R^4\sin^2\Phi\cos^2\Phi}{2R^2\sin^2\Phi}\right] = \frac{-2R^2(\cos^2\Phi - \sin^2\Phi) + 2R^2\cos^2\Phi}{2R^4\sin^2\Phi} = \frac1{R^2} .

È il valore trovato con il teorema di Girard, e lo stesso in tutti i punti: la sfera ha curvatura costante.

Da Gauss a Riemann

Nel 1854 Bernhard Riemann, allievo di Gauss, estese queste idee a spazi con un numero qualsiasi di dimensioni, nella lezione Sulle ipotesi che stanno alla base della geometria. In più di due dimensioni la curvatura non è più un numero per ogni punto: in ogni punto ci sono tante direzioni di superficie diverse, ciascuna con la sua curvatura, e tutte insieme formano un tensore, il tensore di Riemann. Alla fine dell’Ottocento Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi-Civita costruirono il calcolo differenziale assoluto, cioè il calcolo tensoriale in coordinate qualsiasi, pubblicato in forma completa nel 1900. Einstein lo imparò tra il 1912 e il 1913 con l’aiuto del matematico Marcel Grossmann, e ne fece il linguaggio della relatività generale. Il prossimo articolo comincia da lì: vettori e tensori in coordinate arbitrarie.

Esercizi risolti e commentati

Esercizio 1. Sulla Terra, supposta sferica con R=6371R = 6371 km, si traccia il triangolo con un vertice al polo nord e due sull’equatore, a 0° e 90° di longitudine. Verifica con il teorema di Girard che la curvatura vale 1/R21/R^2. Poi calcola di quanto la somma degli angoli supera π\pi in un triangolo equilatero di lato 11 km.

I lati sono due meridiani e un quarto di equatore, e i tre angoli sono retti: l’eccesso è π/2\pi/2. Il triangolo copre un ottavo della sfera, A=4πR2/8=πR2/2A = 4\pi R^2/8 = \pi R^2/2, quindi K=(π/2)/(πR2/2)=1/R2K = (\pi/2)/(\pi R^2/2) = 1/R^2.

Per il triangolo piccolo l’area è praticamente quella piana, A(3/4)(1 km)20,433A \approx (\sqrt3/4)\cdot(1\ \text{km})^2 \approx 0{,}433 km², e

α+β+γπ=AR20,433637121,07×108 rad0,0022.\alpha + \beta + \gamma - \pi = \frac{A}{R^2} \approx \frac{0{,}433}{6371^2} \approx 1{,}07 \times 10^{-8}\ \text{rad} \approx 0{,}0022'' .

Commento: su un chilometro la superficie terrestre è piatta per qualsiasi strumento da cantiere. È la situazione del principio di equivalenza: in una regione piccola la curvatura non si vede, ed emerge solo confrontando punti lontani. L’errore più comune è usare gli angoli in gradi nella formula di Girard, che vuole i radianti.

Esercizio 2. Sulla Terra, con R=6371R = 6371 km, quanto è lunga la circonferenza dei punti che distano 10001000 km dal polo nord, misurati lungo la superficie? Di quanto è più corta di 2πρ2\pi\rho? Ricava RR dalla differenza.

ρ/R=1000/63710,156961\rho/R = 1000/6371 \approx 0{,}156961 e sin(ρ/R)0,156318\sin(\rho/R) \approx 0{,}156318, quindi C=2πRsin(ρ/R)2π995,90C = 2\pi R\sin(\rho/R) \approx 2\pi \cdot 995{,}90 km 6257,4\approx 6257{,}4 km, contro 2πρ6283,22\pi\rho \approx 6283{,}2 km: la differenza è circa 25,825{,}8 km. Dalla formula K3(2πρC)/(πρ3)K \approx 3(2\pi\rho - C)/(\pi\rho^3) si ha K325,8/(π109)K \approx 3\cdot 25{,}8/(\pi\cdot 10^9) km⁻² 2,46×108\approx 2{,}46 \times 10^{-8} km⁻², cioè R=1/K6370R = 1/\sqrt K \approx 6370 km. Il termine successivo dello sviluppo, trascurato, sposterebbe il risultato di pochi chilometri.

Commento: la formica non deve sapere niente dello spazio esterno, le bastano un raggio e una circonferenza misurati sul terreno. La differenza di 2626 km su 62836283 è di quattro parti su mille, ben misurabile; su un raggio di 1010 km diventerebbe 2,6×1052{,}6 \times 10^{-5} km, cioè 2,62{,}6 cm su 6363 km di circonferenza.

Esercizio 3. Un cono ha semiapertura α\alpha di 30°. Che figura si ottiene srotolandolo? Calcola la curvatura con il theorema egregium e la lunghezza della circonferenza dei punti a distanza ρ\rho dal vertice.

Per la proposizione sul cono il settore srotolato ha angolo 2πsinα=2π12=π2\pi\sin\alpha = 2\pi\cdot\tfrac12 = \pi: è un semicerchio. Con g11=1g_{11} = 1 e g22=ρ2sin2αg_{22} = \rho^2\sin^2\alpha si ha g22/ρ=2ρsin2α\partial g_{22}/\partial\rho = 2\rho\sin^2\alpha e 2g22/ρ2=2sin2α\partial^2 g_{22}/\partial\rho^2 = 2\sin^2\alpha, e

K=12ρ2sin2α[2sin2α+4ρ2sin4α2ρ2sin2α]=0.K = \frac{1}{2\rho^2\sin^2\alpha}\left[-2\sin^2\alpha + \frac{4\rho^2\sin^4\alpha}{2\rho^2\sin^2\alpha}\right] = 0 .

La circonferenza a distanza ρ\rho dal vertice ha raggio ρsinα\rho\sin\alpha e lunghezza 2πρsinα=πρ2\pi\rho\sin\alpha = \pi\rho.

Commento: la curvatura è nulla ovunque, eppure attorno al vertice le circonferenze sono lunghe la metà di 2πρ2\pi\rho, per qualsiasi ρ\rho. Non c’è contraddizione con la formula di Bertrand, Diguet e Puiseux, che vale in un punto liscio: il vertice non lo è. Tutta la curvatura del cono è concentrata nel vertice, e un triangolo che lo contiene ha un eccesso angolare pari a 2π(1sinα)2\pi(1 - \sin\alpha) anche se ha lati rettilinei sul foglio srotolato.

Esercizio 4. Una superficie ha metrica ds2=dρ2+sinh2ρ  dθ2ds^2 = d\rho^2 + \sinh^2\rho\;d\theta^2, con le lunghezze misurate in un’unità fissata. Calcola la curvatura e la lunghezza delle circonferenze ρ\rho costante.

Con g11=1g_{11} = 1 e g22=sinh2ρg_{22} = \sinh^2\rho si ha g22/ρ=2sinhρcoshρ\partial g_{22}/\partial\rho = 2\sinh\rho\cosh\rho e 2g22/ρ2=2cosh2ρ=2(cosh2ρ+sinh2ρ)\partial^2 g_{22}/\partial\rho^2 = 2\cosh 2\rho = 2(\cosh^2\rho + \sinh^2\rho). Allora

K=12sinh2ρ[2(cosh2ρ+sinh2ρ)+4sinh2ρcosh2ρ2sinh2ρ]=2sinh2ρ2sinh2ρ=1.K = \frac{1}{2\sinh^2\rho}\left[-2(\cosh^2\rho + \sinh^2\rho) + \frac{4\sinh^2\rho\cosh^2\rho}{2\sinh^2\rho}\right] = \frac{-2\sinh^2\rho}{2\sinh^2\rho} = -1 .

La circonferenza ρ\rho costante è lunga 2πsinhρ=2πρ(1+ρ2/6+)2\pi\sinh\rho = 2\pi\rho\,(1 + \rho^2/6 + \dots), più di 2πρ2\pi\rho.

Commento: è il piano iperbolico, la geometria di Lobačevskij, con curvatura costante negativa. Con K=1K = -1 la formula C=2πρ(1Kρ2/6)C = 2\pi\rho(1 - K\rho^2/6) dà proprio 2πρ(1+ρ2/6)2\pi\rho(1 + \rho^2/6). I triangoli hanno angoli che sommano a meno di π\pi, con un difetto uguale all’area, e per un punto fuori da una retta passano infinite parallele. La metrica è la stessa della sfera con sin\sin al posto di sinh\sinh: il cambio di segno della curvatura sta tutto lì.

Hai trovato un errore o qualcosa che non funziona in questa pagina? Scrivi una segnalazione