Il principio di relatività di Galileo
Percorso: Relatività ristretta · 1 di 12
Indice
Misurare lo spazio e il tempo
Prima di scrivere una legge del moto bisogna dire come si misurano le grandezze che vi compaiono: dove si trova un corpo, e in quale istante. In tutto il percorso il corpo è una particella puntiforme, un oggetto le cui dimensioni sono trascurabili rispetto alle distanze in gioco.
Le lunghezze si misurano con un regolo, un’asta rigida con due tacche la cui distanza è l’unità di misura. Tra tutte le linee che uniscono due punti ce n’è una di lunghezza minima: quella lunghezza è la distanza tra i due punti, e le linee di lunghezza minima si chiamano geodetiche. Nello spazio ordinario le geodetiche sono le rette. Su una superficie curva, come una sfera, le rette non esistono più ma le geodetiche sì, e il concetto tornerà nella relatività generale.
Con distanze e rette si definiscono gli angoli e la perpendicolarità, e quindi un sistema di riferimento: tre rette perpendicolari che si incontrano in un punto, l’origine. Le coordinate di un punto sono le sue distanze, con segno, dai tre piani individuati dalle rette prese a due a due.
Il tempo si misura con un orologio. Come orologio ideale si prendono due specchi paralleli a distanza fissa, tra i quali un impulso di luce rimbalza senza attenuarsi: l’intervallo tra due arrivi successivi sullo stesso specchio è l’unità di tempo. Per la meccanica di Galileo è una scelta curiosa, ma è l’orologio che servirà con Einstein.
Il principio d’inerzia
Il moto di un corpo cambia per effetto di altri corpi: le interazioni, o forze. Prima di chiedersi come le forze cambiano il moto conviene chiedersi che cosa fa una particella su cui non agisce nessuna forza, una particella libera.
Nessun esperimento elimina del tutto le interazioni, ma si osserva una tendenza netta: più si riducono, più il corpo si avvicina a un moto rettilineo uniforme, di cui la quiete è il caso con velocità nulla. C’è però una condizione. Su un’auto che percorre una strada tortuosa una biglia libera non va dritta. Anche il tavolo di un laboratorio, a guardare con molta precisione, non va bene: il piano di oscillazione del pendolo di Foucault ruota lentamente, per effetto della rotazione della Terra.
I sistemi di riferimento in cui la particella libera va davvero dritta a velocità costante si chiamano inerziali. Il ragionamento ha un giro vizioso: un sistema è inerziale se vale il principio d’inerzia, e il principio si può controllare solo in un sistema inerziale. La fisica ne esce assumendo che sistemi del genere esistano.
Principio (d'inerzia)
Esistono sistemi di riferimento, detti inerziali, nei quali una particella libera si muove di moto rettilineo uniforme.
Circoli di questo tipo non sono rari nei fondamenti della fisica: anche il secondo principio della dinamica, , definisce insieme la forza e la massa.
Il principio di relatività
Chiusi in un vagone fermo in stazione si studiano le oscillazioni di una molla e gli urti tra biglie. Il treno parte, raggiunge la velocità di crociera e la mantiene su un binario dritto e senza scosse. Ripetendo gli esperimenti si ottengono gli stessi risultati: senza guardare fuori non c’è modo di stabilire se il treno è fermo o in moto.
Principio (di relatività galileiano)
Le leggi fisiche osservate in un sistema di riferimento inerziale sono le stesse in ogni altro sistema che si muove rispetto al primo con velocità costante, senza ruotare.
Il principio d’inerzia è una di queste leggi. Trovato un sistema inerziale, sono inerziali anche tutti quelli in moto uniforme rispetto a lui: lo si verificherà con le trasformazioni di Galileo. Nessun esperimento ha mai individuato tra loro un sistema privilegiato, fermo in senso assoluto. Newton credeva nello spazio e nel tempo assoluti, e più tardi l’etere, il mezzo in cui si pensava si propagassero le onde elettromagnetiche, fu proposto come sistema di quiete assoluta; l’etere non è mai stato osservato.
Il principio di relatività è una simmetria: un’operazione che lascia qualcosa invariato. Ruotare un quadrato di un angolo retto attorno al centro restituisce la stessa figura; passare da un osservatore inerziale a un altro lascia invariate le leggi fisiche. Nei prossimi paragrafi le simmetrie servono a ricavare come cambiano le coordinate da un osservatore all’altro, invece di darlo per ovvio.
Le trasformazioni di Galileo
Due osservatori inerziali e studiano la stessa particella. assegna a un evento, cioè a un punto in un istante, le coordinate ; le coordinate , entrambi con assi cartesiani ortogonali. Gli assi dei due sistemi sono paralleli, si muove rispetto a con velocità costante nel verso positivo dell’asse , e le due origini coincidono all’istante . Rispetto a , il sistema si muove con velocità .
I sistemi e all’istante . L’origine di si è spostata di lungo l’asse ; il punto ha coordinata in e in , e le tre lunghezze sull’asse mostrano la relazione .
Le ipotesi da cui si parte sono queste.
- Linearità. Le coordinate di un sistema sono funzioni lineari di quelle dell’altro. È l’ipotesi naturale per due ragioni. Un moto rettilineo uniforme, la cui legge oraria è lineare nel tempo, deve restare rettilineo uniforme per entrambi gli osservatori, e le trasformazioni lineari mandano leggi lineari in leggi lineari. E poiché e sono equivalenti, la trasformazione e la sua inversa devono avere la stessa forma, cosa garantita per le trasformazioni lineari: l’inversa di , per esempio, è , di tutt’altro tipo. Questi argomenti rendono la linearità ragionevole ma non la dimostrano, e qui la si assume.
- Moto lungo . Il moto relativo avviene lungo l’asse , quindi può dipendere solo da e da , mentre dipende solo da e solo da .
- Isotropia dello spazio. Le direzioni e sono equivalenti, quindi hanno lo stesso coefficiente, e perpendicolarmente al moto il verso di non conta: quel coefficiente è lo stesso per e per .
- Tempo assoluto. Il tempo è lo stesso per i due osservatori: . È l’ipotesi su cui si regge la fisica di Newton, ed è quella che la relatività ristretta abbandonerà.
- Relatività. si muove rispetto a con velocità : la trasformazione inversa si ottiene da quella diretta scambiando le coordinate con apice e senza apice e mettendo al posto di .
- Continuità. I coefficienti dipendono con continuità da , e per la trasformazione è l’identità.
Con le ipotesi 1-4 la trasformazione ha la forma
con coefficienti , , che dipendono solo da .
Teorema (trasformazioni di Galileo)
Sotto le ipotesi 1-6
e la trasformazione inversa è , , , .
Il coefficiente . L’origine di ha in ogni istante, e in si muove con legge . Sostituendo nella prima relazione, per ogni , quindi e
Il coefficiente . La trasformazione deve essere invertibile, quindi , e ricavando si ottiene . Per l’ipotesi 5 la stessa inversa si ottiene anche dalla formula appena trovata scambiando gli apici e mettendo al posto di : . Le due espressioni devono coincidere per ogni e ogni , quindi i coefficienti di e di sono uguali:
Per la seconda uguaglianza dà , e la prima . Per la trasformazione è l’identità e . Dunque per ogni .
Il coefficiente . Da si ricava , mentre l’ipotesi 5 dà . Quindi , e per l’isotropia , da cui : per ogni , vale oppure . Una funzione continua che assume solo questi due valori non può passare dall’uno all’altro senza assumere anche i valori intermedi (teorema dei valori intermedi), quindi è costante; poiché , per ogni . Lo stesso vale per .
Sostituendo , , si ottengono le trasformazioni dirette; l’inversa si ricava risolvendo rispetto alle coordinate senza apice.
Fine della dimostrazione.
La struttura della formula è la stessa nei due versi: coordinata in un sistema uguale a coordinata nell’altro più la velocità di quell’altro sistema moltiplicata per il tempo. Se la velocità relativa ha una direzione qualsiasi, con gli assi sempre paralleli, le stesse ipotesi portano alla forma vettoriale
Corollario (velocità e accelerazione)
Nelle trasformazioni di Galileo le velocità si compongono per somma, , e l’accelerazione è la stessa per i due osservatori, .
Poiché , derivare rispetto a è lo stesso che derivare rispetto a . Derivando si ha , e derivando ancora, dato che è costante, .
Fine della dimostrazione.
Ecco la verifica promessa: una particella libera ha in , quindi in , e anche è inerziale. Si è usato che la particella libera per lo sia anche per , e lo è, perché le interazioni dipendono dai corpi presenti e non da chi osserva.
Rotazioni e invarianza della distanza
Due sistemi inerziali possono anche avere la stessa origine e gli assi ruotati di un angolo fisso. Fisso, perché se i due sistemi ruotassero l’uno rispetto all’altro almeno uno dei due non sarebbe inerziale. Il tempo è assoluto e resta fuori dal discorso: interessano le coordinate spaziali.
Qui la simmetria da imporre è diversa. Le coordinate di un punto cambiano passando da un sistema all’altro, ma la sua distanza dall’origine no: nello spazio euclideo la distanza tra due punti, data dal teorema di Pitagora, non dipende dall’osservatore. È un’affermazione così ovvia da passare inosservata, e in relatività smetterà di valere.
Si scrivono le coordinate come vettore colonna e si assume di nuovo una trasformazione lineare, , con matrice quadrata costante; è la trasposta e la matrice identità.
Teorema (trasformazioni che conservano le distanze)
La trasformazione lineare conserva la lunghezza di ogni vettore, per ogni , se e solo se . In questo caso conserva anche il prodotto scalare di due vettori qualsiasi e la distanza tra due punti qualsiasi.
Per ogni vettore si ha .
Se , allora .
Viceversa, si supponga per ogni e sia . La matrice è simmetrica, perché , e per ipotesi per ogni . Per due vettori e , usando la simmetria di ,
Scegliendo per e i vettori ed della base canonica, per ogni : quindi e .
Infine, se , il prodotto scalare si conserva, , e la distanza tra i punti e si conserva perché, per la linearità, ha la stessa lunghezza di .
Fine della dimostrazione.
Le matrici con si chiamano ortogonali. Nel piano si possono scrivere esplicitamente.
Corollario (rotazioni del piano)
Una matrice è ortogonale se e solo se, per un opportuno angolo , è una delle due
Si scrive . Gli elementi di sono i prodotti scalari delle colonne di , quindi significa che le colonne e hanno lunghezza e sono perpendicolari: , , .
Un vettore di lunghezza del piano sta sulla circonferenza unitaria, quindi esiste un angolo con e . Il vettore ha lunghezza ed è perpendicolare a , perché . I vettori e formano una base ortonormale del piano, e in una base ortonormale ogni vettore è la somma delle sue proiezioni: . Poiché , con , e impone . Con si ottiene , con si ottiene .
Viceversa, le colonne di e di hanno lunghezza e prodotto scalare nullo, come si vede direttamente.
Fine della dimostrazione.
La prima famiglia contiene le rotazioni. Con le formule sono
e, poiché per una matrice ortogonale , l’inversa è , . I punti dell’asse sono quelli con , cioè , : l’asse forma l’angolo con l’asse , e è l’angolo di cui sono ruotati gli assi. Per , è l’identità.
Il sistema , in blu, ha gli assi ruotati di rispetto a quelli di . Il punto ha coordinate in e circa in , come calcolato nell’esercizio 2; le linee tratteggiate sono le proiezioni sugli assi dei due sistemi. La distanza di dall’origine, , è la stessa per entrambi.
La seconda famiglia non contiene l’identità: per , lascia invariato e cambia segno a . È uno specchiamento, eventualmente seguito da una rotazione, e non si ottiene ruotando con continuità gli assi a partire da quelli di . Se ai due sistemi si aggiunge una traslazione, alle formule si somma un vettore costante, che scompare nelle differenze di coordinate: la distanza tra due punti resta invariata.
In una rotazione ogni coordinata nuova mescola le coordinate vecchie: dipende sia da sia da . Tenere a mente questo mescolamento aiuta quando, con le trasformazioni di Lorentz, a mescolarsi saranno lo spazio e il tempo.
Vettori e leggi covarianti
Il prototipo di vettore è lo spostamento da un punto a un altro, una freccia che esiste indipendentemente dal sistema di riferimento. Scelto un sistema, lo spostamento ha tre componenti, le differenze delle coordinate, e passando a un sistema ruotato queste cambiano con la stessa matrice delle coordinate: . Questo dà un modo operativo di riconoscere un vettore: una terna di numeri che per rotazione del sistema di riferimento si trasforma con .
La velocità è un vettore: si ottiene dividendo uno spostamento per l’intervallo di tempo , che è lo stesso per tutti gli osservatori, e è costante. Per la stessa ragione è un vettore l’accelerazione. La massa è uno scalare, un numero uguale per tutti gli osservatori, e quindi è un vettore anch’essa, come la quantità di moto .
Il cambio più generale tra due sistemi inerziali con le origini coincidenti a unisce una rotazione fissa e un moto uniforme: , , con ortogonale e costanti.
Proposizione (covarianza del secondo principio)
Siano e legati da , , con ortogonale e costanti. Se in il moto di una particella di massa obbedisce a , e la forza si trasforma come un vettore, , allora in vale .
Derivando rispetto a e usando che e sono costanti, e . Quindi .
Fine della dimostrazione.
L’ipotesi è soddisfatta dalle forze che dipendono dalle posizioni e dalle velocità relative dei corpi. Per due particelle, e , perché il termine con si cancella. Una molla tesa tra le due particelle esercita sulla prima la forza , e in la stessa legge dà . Una forza che dipendesse dalle posizioni assolute non passerebbe la prova, come mostra l’esercizio 3: il principio di relatività pone vincoli precisi alla forma delle interazioni.
Una legge i cui due membri si trasformano allo stesso modo si dice covariante. Scritta componente per componente, cambia aspetto per un osservatore con gli assi ruotati, perché la componente di un vettore non è la sua componente . Scritta con i vettori, ha la stessa forma per tutti. Non è solo una scrittura più corta: i vettori portano con sé la simmetria dello spazio euclideo, l’invarianza delle distanze, e le leggi scritte con loro la rispettano per costruzione.
Quando una legge non riesce a essere covariante, le simmetrie in gioco sono diverse da queste. Una carica ferma produce solo un campo elettrico; un osservatore in moto rispetto alla carica misura anche un campo magnetico, che per il primo non c’era. Una grandezza che compare per alcuni osservatori e non per altri non può stare in una legge covariante per le trasformazioni di Galileo. È il segnale che l’elettromagnetismo ha simmetrie diverse da quelle di questo articolo, e il punto da cui parte il prossimo.
Il gradiente è un vettore
Oltre alle particelle, la fisica descrive campi: un campo scalare assegna un numero a ogni punto dello spazio, come la temperatura di una stanza, un campo vettoriale un vettore, come la velocità di un fluido. Un campo scalare ha lo stesso valore in uno stesso punto per tutti gli osservatori. Con l’operatore nabla, , si costruiscono il gradiente di un campo scalare e la divergenza di un campo vettoriale. Che il gradiente, una terna di derivate, sia un vettore nel senso del paragrafo precedente va verificato.
Proposizione (gradiente e divergenza per rotazioni)
Sia con ortogonale e costante. Allora:
- le derivate di un campo scalare si trasformano come le coordinate, , cioè ;
- per un campo vettoriale, con , la divergenza è la stessa: .
Poiché , la trasformazione inversa è , cioè , e quindi .
- Il campo, scritto nelle coordinate di , è . Per la regola di derivazione delle funzioni composte,
- Si ha . Applicando il punto 1 a ciascuna componente , che è un campo scalare,
La somma tra parentesi è l’elemento di , che vale per e altrimenti. Resta .
Fine della dimostrazione.
Il risultato sul gradiente ha anche una lettura intuitiva. La variazione del campo tra due punti vicini, , è la stessa per tutti gli osservatori, e ha la forma di un prodotto scalare tra le derivate e lo spostamento , che è un vettore: perché il prodotto non cambi, anche le derivate devono trasformarsi come un vettore. Il rotore si trasforma come un vettore per le rotazioni, cioè per le matrici ortogonali con determinante ; la dimostrazione richiede le proprietà del determinante e qui non la si svolge. Per uno specchiamento il rotore cambia verso rispetto a un vettore ordinario: per questo si dice pseudovettore.
Esercizi risolti e commentati
Esercizio 1. Un treno viaggia su un binario rettilineo a m/s. Un passeggero cammina verso la testa del treno a m/s rispetto al vagone. (a) Quanto vale la sua velocità rispetto ai binari? (b) Un altro passeggero, fermo, lascia cadere una moneta da un’altezza di m. Descrivi la caduta per chi è sul treno e per chi è fermo sul marciapiede, trascurando la resistenza dell’aria.
(a) Con solidale ai binari e al treno, la composizione delle velocità dà m/s.
(b) In la moneta parte da ferma e cade in verticale con accelerazione m/s². Il tempo di caduta è s, e la moneta tocca il pavimento sotto la mano che l’ha lasciata. In l’accelerazione è la stessa, , ma la velocità iniziale è quella del treno, m/s in orizzontale: la traiettoria è un arco di parabola. Il tempo di caduta è lo stesso, , e in quel tempo la moneta avanza di m rispetto ai binari, esattamente quanto avanza la mano.
Commento: l’errore frequente è pensare che, vista da terra, la moneta «resti indietro» rispetto al treno. Resterebbe indietro solo se l’aria del vagone fosse ferma rispetto ai binari. I due osservatori vedono traiettorie diverse, una retta e una parabola, ma la stessa accelerazione e lo stesso punto d’arrivo sul pavimento del vagone: è il principio di relatività al lavoro.
Esercizio 2. In il punto ha coordinate . Il sistema ha la stessa origine e gli assi ruotati di . Calcola le coordinate di in e verifica che la distanza dall’origine non cambia.
Con e :
Verifica: , quindi la distanza è , come in , dove .
Commento: conviene fare la verifica con i valori esatti. Con i decimali arrotondati si ottiene o , e non si capisce se l’errore sta nel calcolo o nell’arrotondamento. Il segno più comune da sbagliare è quello di in : un controllo rapido è che per la formula deve dare e .
Esercizio 3. Si ipotizzi che su una particella agisca, da parte di un’altra, la forza , dove e sono le posizioni delle due particelle e una costante. Mostra che una legge del genere è incompatibile con il principio di relatività, mentre non lo è.
Si passa a con , . Se la legge valesse in entrambi i sistemi, in la forza sarebbe . Ma l’accelerazione è la stessa nei due sistemi, e la massa pure, quindi dal secondo principio . Le due cose sono compatibili solo se per ogni , cioè : non esiste una forza non nulla di quel tipo che valga per tutti gli osservatori inerziali. Con la differenza, invece, , e la forza è la stessa in e in .
Commento: lo stesso problema si presenta anche senza moto relativo, spostando semplicemente l’origine di un vettore fisso : la somma cambia di , la differenza no. Una forza che dipende dalla posizione assoluta distinguerebbe un punto dello spazio dagli altri, contro l’omogeneità dello spazio.
Esercizio 4. Sia . Calcola il gradiente nel punto in e in un sistema ruotato di , e verifica che .
In : , che in vale .
Per , , quindi e , cioè e . Il campo nelle nuove coordinate è , con gradiente . Il punto in ha , , e lì .
D’altra parte . I due risultati coincidono.
Commento: il passaggio delicato è riscrivere nelle coordinate nuove, che richiede la trasformazione inversa, e , e non quella diretta. Scambiarle è l’errore più comune, e porta a un gradiente con i segni sbagliati.
Hai trovato un errore o qualcosa che non funziona in questa pagina? Scrivi una segnalazione