La meccanica di Newton ha dovuto essere riscritta per rispettare i postulati di Einstein. L’elettromagnetismo no: le equazioni di Maxwell non mantengono la loro forma con le trasformazioni di Galileo, ma la mantengono con quelle di Lorentz, ed è da loro che viene la velocità della luce uguale per tutti. Quello che manca è una scrittura che renda la covarianza evidente, con quadrivettori e tensori al posto di campi elettrici e magnetici separati. Questo articolo la costruisce.
Come nel corso di fisica teorica di Landau e Lifshitz, qui si usano le unità gaussiane, in cui campo elettrico e campo magnetico hanno le stesse dimensioni e la legge di Coulomb è F=q1q2/r2. Le equazioni di Maxwell nel vuoto, con densità di carica ρ e densità di corrente j, sono
∇⋅E=4πρ,∇⋅B=0,∇×E=−c1∂t∂B,∇×B=c4πj+c1∂t∂E.
La seconda e la terza contengono solo i campi e si dicono omogenee; la prima e la quarta contengono le sorgenti e si dicono non omogenee. Nel Sistema Internazionale le formule covarianti di questo articolo restano uguali con tre sostituzioni: F0i=−Ei/c invece di −Ei, il potenziale scalare diviso per c nella componente temporale del quadripotenziale, e μ0 al posto di 4π/c davanti alla quadricorrente.
Potenziali e invarianza di gauge
Poiché ∇⋅B=0, il campo magnetico si può scrivere come rotore di un campo vettoriale, il potenziale vettoreA: B=∇×A. Sostituendo nella legge di Faraday, ∇×(E+c1∂A/∂t)=0, e un campo con rotore nullo è il gradiente di una funzione, il potenziale scalareΦ:
B=∇×A,E=−∇Φ−c1∂t∂A.
Che un campo a divergenza nulla sia un rotore, e che un campo a rotore nullo sia un gradiente, sono teoremi dell’analisi vettoriale validi in tutto lo spazio o in regioni senza buchi, e qui si danno per noti. Con i potenziali le due equazioni omogenee sono soddisfatte automaticamente.
Proposizione(invarianza di gauge dei potenziali)
Per ogni funzione ψ(r,t) con derivate seconde continue, i potenziali
A′=A+∇ψ,Φ′=Φ−c1∂t∂ψ
danno gli stessi campi E e B.
Dimostrazione.
∇×A′=∇×A+∇×∇ψ=B, perché il rotore di un gradiente è nullo. E
perché le derivate rispetto allo spazio e al tempo commutano.
Fine della dimostrazione.
La libertà di scelta si usa per semplificare le equazioni. Una scelta comoda è il gauge di Lorenz, dal fisico danese Ludvig Lorenz, da non confondere con l’olandese Hendrik Lorentz delle trasformazioni:
c1∂t∂Φ+∇⋅A=0.
Proposizione(equazioni non omogenee nel gauge di Lorenz)
Nel gauge di Lorenz le equazioni di Maxwell non omogenee diventano
c21∂t2∂2Φ−∇2Φ=4πρ,c21∂t2∂2A−∇2A=c4πj.
Dimostrazione.
Sostituendo E nella legge di Gauss, ∇⋅E=−∇2Φ−c1∂t(∇⋅A). Per la condizione di Lorenz ∇⋅A=−c1∂tΦ, quindi ∇⋅E=−∇2Φ+c21∂t2Φ=4πρ.
Nella legge di Ampère-Maxwell, ∇×B=∇×(∇×A)=∇(∇⋅A)−∇2A, mentre il secondo membro è
Per la condizione di Lorenz ∇(∇⋅A)=−∇(c1∂tΦ): questo termine compare in entrambi i membri e si cancella, e resta la seconda equazione.
Fine della dimostrazione.
Il gauge di Lorenz si può sempre raggiungere: partendo da potenziali qualsiasi, basta scegliere ψ come soluzione di un’equazione delle onde con sorgente, che ha sempre soluzioni. Le due equazioni hanno a sinistra lo stesso operatore, il dalembertiano □=c21∂t2−∇2, applicato alle quattro funzioni (Φ,A), e a destra le quattro funzioni (4π/c)(cρ,j). È il primo indizio della struttura quadrivettoriale.
La quadricorrente
Proposizione(equazione di continuità)
Le equazioni di Maxwell implicano la conservazione della carica:
∂t∂ρ+∇⋅j=0.
Dimostrazione.
La divergenza di un rotore è nulla, quindi la divergenza della legge di Ampère-Maxwell dà 0=c4π∇⋅j+c1∂t(∇⋅E). Con la legge di Gauss ∇⋅E=4πρ si ottiene c4π(∇⋅j+∂tρ)=0.
Fine della dimostrazione.
Il termine c1∂tE nella legge di Ampère, la corrente di spostamento, fu aggiunto da Maxwell proprio perché senza di esso le equazioni sarebbero state incompatibili con la conservazione della carica.
Teorema(la quadricorrente è un quadrivettore)
Le grandezze Jμ=(cρ,j) sono le componenti di un quadrivettore.
Dimostrazione.
Si comincia da cariche che si muovono tutte con la stessa velocità v. Nel loro sistema di quiete la densità è ρ0. La carica contenuta in un volumetto è la stessa per tutti gli osservatori, perché la carica elettrica è invariante, come discusso nell’articolo sulla forza relativistica. Il volumetto invece, visto da un osservatore rispetto al quale le cariche si muovono, è contratto di un fattore γ lungo la direzione del moto, e non cambia nelle direzioni perpendicolari: il suo volume è dV0/γ. Quindi la densità è ρ=γρ0 e la densità di corrente è j=ρv=γρ0v. Allora
Jμ=(γρ0c,γρ0v)=ρ0c(γ,γcv)=ρ0cuμ,
prodotto dello scalare ρ0c per la quadrivelocità uμ: è un quadrivettore.
Una distribuzione qualsiasi, in ogni punto, è la sovrapposizione di cariche con velocità diverse, per esempio ioni fermi ed elettroni in moto in un filo. Densità e correnti si sommano, e una somma di quadrivettori è un quadrivettore.
Fine della dimostrazione.
Con la quadridivergenza dell’articolo sui quadrivettori, l’equazione di continuità si scrive ∂μJμ=0: uno scalare nullo, quindi nullo per tutti gli osservatori. La carica si conserva in ogni sistema inerziale.
Il quadripotenziale
Le equazioni nel gauge di Lorenz applicano un operatore invariante a (Φ,A) e danno un quadrivettore. La scelta naturale, confermata da tutte le conseguenze, è che anche i potenziali formino un quadrivettore.
Definizione(quadripotenziale)
Il quadripotenziale è il quadrivettore Aμ=(Φ,A), con componenti covarianti Aμ=(Φ,−A).
Con il quadripotenziale la condizione di Lorenz è ∂μAμ=c1∂tΦ+∇⋅A=0, uno scalare di Lorentz: se vale per un osservatore vale per tutti. Le equazioni non omogenee diventano una sola equazione quadrivettoriale,
□Aμ=c4πJμ.
La trasformazione di gauge si scrive Aμ→Aμ−∂μψ: infatti −∂0ψ=−c1∂tψ corregge Φ, e −∂iψ=+∂iψ corregge A.
Il tensore elettromagnetico
I campi, non i potenziali, sono ciò che agisce sulle cariche, e vanno collegati alle grandezze covarianti. Il posto del rotore, che in quattro dimensioni non ha un analogo vettoriale, lo prende un tensore antisimmetrico.
Definizione(tensore elettromagnetico)
Il tensore elettromagnetico è Fμν=∂μAν−∂νAμ, e con gli indici in basso Fμν=∂μAν−∂νAμ.
Fμν è un tensore, perché ∂μ e Aν si trasformano come quadrivettori, ed è antisimmetrico, Fνμ=−Fμν: ha zeri sulla diagonale e sei componenti indipendenti. Non cambia per una trasformazione di gauge, perché Aμ→Aμ−∂μψ lo modifica di −∂μ∂νψ+∂ν∂μψ=0.
Si ricorda che ∂0=c1∂t e ∂i=−∂i, con ∂i=∂/∂xi. Per la riga 0:
F0i=∂0Ai−∂iA0=c1∂t∂Ai+∂xi∂Φ=−Ei,
dove Ai indica qui la componente cartesiana i del vettore A. Per le componenti spaziali, per esempio
F12=∂1A2−∂2A1=−∂x∂Ay+∂y∂Ax=−(∇×A)z=−Bz,
e allo stesso modo F13=(∇×A)y=By e F23=−(∇×A)x=−Bx. Le componenti sotto la diagonale si ottengono per antisimmetria.
Fine della dimostrazione.
Campo elettrico e campo magnetico non sono due vettori, ma due parti dello stesso tensore. Abbassando entrambi gli indici le componenti con un solo indice 0 cambiano segno e le altre no: in Fμν la prima riga è (0,Ex,Ey,Ez) e il blocco spaziale è lo stesso.
Corollario(trasformazione dei campi)
Per la trasformazione di Lorentz lungo x con velocità V=βc,
F′μν=ΛμρΛνσFρσ, con Λ00=Λ11=γ, Λ01=Λ10=−βγ, Λ22=Λ33=1 e gli altri elementi nulli. Sono non nulli solo i termini con ρ,σ compatibili con gli elementi non nulli.
F′01=γ2F01+β2γ2F10=γ2(1−β2)F01=F01, quindi Ex′=Ex.
F′02=Λ00F02+Λ01F12=−γEy+βγBz, quindi Ey′=γ(Ey−βBz).
F′03=Λ00F03+Λ01F13=−γEz−βγBy, quindi Ez′=γ(Ez+βBy).
F′23=F23, quindi Bx′=Bx.
F′13=Λ10F03+Λ11F13=βγEz+γBy, quindi By′=γ(By+βEz).
F′12=Λ10F02+Λ11F12=βγEy−γBz, quindi Bz′=γ(Bz−βEy).
Fine della dimostrazione.
Le componenti lungo il moto non cambiano, quelle trasversali si mescolano. Una carica ferma in K ha solo campo elettrico; per un osservatore in moto compare anche un campo magnetico, esattamente come richiesto dalle formule. L’asimmetria della spira e del magnete, da cui partì Einstein, sparisce: le due spiegazioni sono la stessa descrizione vista in due sistemi.
Proposizione(invarianti del campo)
Le grandezze E2−B2 ed E⋅B hanno lo stesso valore in tutti i sistemi inerziali. Inoltre FμνFμν=2(B2−E2).
Dimostrazione.
Nella somma FμνFμν i termini con un indice 0 e uno spaziale sono F0iF0i=Ei(−Ei) e altrettanti con gli indici scambiati, in totale −2E2. I termini con due indici spaziali sono FijFij=(Fij)2, e ogni componente di B compare due volte, in totale 2B2. Quindi FμνFμν=2(B2−E2), contrazione completa di un tensore e quindi scalare di Lorentz.
Per E⋅B si usano le formule del corollario. Per una rotazione degli assi è un prodotto scalare ordinario, e non cambia. Per la trasformazione lungo x,
Svolgendo, i termini con β al primo grado sono βEyEz−βBzBy+βByBz−βEzEy=0, e quelli con β2 sono −β2(BzEz+ByEy). Resta ExBx+γ2(1−β2)(EyBy+EzBz)=E⋅B. Ogni trasformazione di Lorentz che non inverte lo spazio o il tempo si ottiene componendo rotazioni e trasformazioni lungo un asse, un fatto di algebra delle matrici che qui si usa senza dimostrarlo, quindi E⋅B è invariante per tutte.
Fine della dimostrazione.
Da qui seguono fatti che non dipendono da chi osserva. Se E⋅B=0, in nessun sistema uno dei due campi è nullo. Se E⋅B=0 e E<B, esiste un sistema in cui il campo elettrico è nullo; se E>B, uno in cui è nullo quello magnetico, come nell’esercizio 2. In tutte e due le affermazioni la condizione E⋅B=0 è necessaria.
Le equazioni di Maxwell in forma covariante
Teorema(equazioni di Maxwell covarianti)
Il tensore Fμν=∂μAν−∂νAμ soddisfa identicamente
∂αFβγ+∂βFγα+∂γFαβ=0,
e questa relazione equivale alle due equazioni di Maxwell omogenee.
2. L’equazione
∂μFμν=c4πJν
equivale alle due equazioni di Maxwell non omogenee.
e ogni derivata seconda compare due volte con segni opposti, perché le derivate parziali commutano: la somma è nulla. L’espressione è antisimmetrica in ogni coppia di indici, quindi è non banale solo con α,β,γ tutti diversi, e le terne distinte sono quattro. Con (α,β,γ)=(0,1,2), usando F12=−Bz, F20=−Ey ed F01=Ex:
c1∂t∂(−Bz)+∂x∂(−Ey)+∂y∂Ex=0,
cioè (∇×E)z=−c1∂tBz. Le terne (0,2,3) e (0,3,1) danno le componenti x e y della legge di Faraday. Con (1,2,3), usando F23=−Bx, F31=−By, F12=−Bz, si ottiene −∇⋅B=0.
Per ν=0: ∂μFμ0=∂iFi0=∂iEi=∇⋅E, e c4πJ0=4πρ: è la legge di Gauss. Per ν=1:
uguale a c4πjx: è la componente x della legge di Ampère-Maxwell, e ν=2,3 danno le altre due.
Fine della dimostrazione.
Corollario(covarianza delle equazioni di Maxwell)
Se le equazioni di Maxwell valgono nel sistema K, e i campi e le sorgenti si trasformano come le componenti di Fμν e di Jμ, allora valgono in ogni sistema inerziale. Inoltre implicano ∂νJν=0.
L’equazione omogenea si trasforma allo stesso modo, con tre fattori Λ−1. Infine, derivando l’equazione non omogenea, c4π∂νJν=∂ν∂μFμν. Scambiando i nomi degli indici muti e usando l’antisimmetria, ∂ν∂μFμν=∂μ∂νFνμ=−∂μ∂νFμν, e poiché le derivate commutano l’espressione è uguale al suo opposto: è nulla.
Fine della dimostrazione.
Le quattro equazioni di Maxwell sono diventate due, e la conservazione della carica è scritta nella loro struttura. Questa è una riscrittura, non una derivazione: le equazioni restano quelle scoperte con gli esperimenti. Una derivazione da un principio più generale richiede la lagrangiana del campo.
La carica nel campo e la forza di Lorentz
Nella formulazione lagrangiana una particella carica in un campo elettromagnetico ha tre contributi: la lagrangiana della particella libera, già nota, quella dell’interazione con il campo e quella del campo stesso. Se il campo è assegnato, prodotto da cariche lontane su cui la particella non influisce, bastano i primi due.
Teorema(la forza di Lorentz dalla lagrangiana)
Le equazioni di Eulero-Lagrange della lagrangiana
L=−mc21−c2v2−qΦ+cqA⋅v
sono
dtd(γmv)=q(E+cv×B).
Dimostrazione.
Il momento coniugato è ∂L/∂v=γmv+cqA=p+cqA, dove p è la quantità di moto relativistica. La derivata rispetto alla posizione, con v tenuta fissa, è ∂L/∂r=−q∇Φ+cq∇(A⋅v). L’equazione di Eulero-Lagrange è
dtdp+cqdtdA=−q∇Φ+cq∇(A⋅v).
Lungo il moto A cambia sia perché cambia il tempo sia perché cambia il punto: dA/dt=∂A/∂t+(v⋅∇)A. Per un vettore v che non dipende dalla posizione vale l’identità ∇(A⋅v)=(v⋅∇)A+v×(∇×A). Sostituendo, i termini (v⋅∇)A si cancellano e
dtdp=−q∇Φ−cq∂t∂A+cqv×(∇×A)=qE+cqv×B.
Fine della dimostrazione.
La lagrangiana di interazione è la parte temporale di un’espressione covariante: −qΦ+cqA⋅v=−cqAμdxμ/dt, e l’azione della particella nel campo è
S=−mc∫ds−cq∫Aμdxμ.
Anche il secondo integrale è uno scalare di Lorentz. Una trasformazione di gauge Aμ→Aμ−∂μψ gli aggiunge cq∫∂μψdxμ=cq[ψ(B)−ψ(A)], un numero che dipende solo dagli estremi: è l’invarianza di gauge dell’articolo sul principio di minima azione, applicata al campo elettromagnetico. L’equazione del moto si scrive in forma covariante come
mcdsduμ=cqFμνuν,
e le sue componenti spaziali sono quelle del teorema, mentre la componente temporale dà dE/dt=qE⋅v, il lavoro del campo elettrico: si verifica sostituendo uμ=(γ,γv/c) e le componenti di Fμν, con Fμνuν=γ(E⋅v/c,E+v×B/c).
Per descrivere anche il campo serve la sua lagrangiana, che non si ricava da principi generali ma si sceglie perché riproduca le equazioni di Maxwell:
Lcampo=8π1∫(E2−B2)dV=−16π1∫FμνFμνdV.
Contiene l’invariante E2−B2, e le sue equazioni di Eulero-Lagrange, insieme al termine di interazione, sono le equazioni di Maxwell non omogenee. La dimostrazione richiede la formulazione lagrangiana dei campi, con derivate rispetto a funzioni di quattro variabili, e la si trova nel secondo volume del corso di Landau e Lifshitz.
Esercizi risolti e commentati
Esercizio 1. Una carica q si muove con velocità v=vx^. Nell’istante in cui passa per l’origine, calcola i campi nel punto (0,b,0) usando il campo di Coulomb nel sistema di quiete della carica.
Nel sistema K′ in cui la carica è ferma, nell’istante considerato il punto ha coordinate (0,b,0), perché le distanze perpendicolari al moto non cambiano, e i campi sono E′=(0,q/b2,0), B′=0. Per tornare al laboratorio K, che si muove rispetto a K′ con velocità −v, si usano le formule con −β:
Commento: il campo elettrico perpendicolare al moto è γ volte quello di Coulomb, mentre lungo la direzione del moto, come si può verificare con lo stesso metodo, è γ2 volte più piccolo. A velocità vicine a c il campo di una carica si schiaccia in un disco perpendicolare al moto. Per β≪1 si ritrova il campo magnetico di una carica in moto lenta della legge di Biot e Savart, B=qv×r/(cr3) in unità gaussiane.
Esercizio 2. In una regione ci sono un campo elettrico E=(0,3,0) e un campo magnetico B=(0,0,5), in unità gaussiane arbitrarie. Esiste un sistema in cui il campo elettrico è nullo? Che campo magnetico si misura lì?
E⋅B=0 ed E2−B2=9−25=−16<0: esiste un sistema senza campo elettrico. Con la trasformazione lungo x, Ey′=γ(Ey−βBz)=0 richiede β=Ey/Bz=0,6. Allora γ=1,25 e Bz′=γ(Bz−βEy)=1,25(5−1,8)=4. Verifica: E′2−B′2=−16.
Commento: nel sistema che si muove a 0,6c lungo E×B c’è solo un campo magnetico, e una carica lì compie un moto circolare. Visto dal laboratorio, quel moto circolare trasla con velocità cE/B perpendicolare a entrambi i campi: è la derivaE×B delle particelle cariche nei plasmi. Con E>B la deriva supererebbe c, e infatti in quel caso il sistema adatto è quello in cui si annulla il campo magnetico.
Esercizio 3. Un filo rettilineo è elettricamente neutro nel laboratorio: gli ioni positivi sono fermi con densità ρ0, gli elettroni di conduzione si muovono lungo il filo con velocità v e densità −ρ0. Qual è la densità di carica del filo nel sistema in cui gli elettroni sono fermi?
Si trasforma la quadricorrente di ciascuna specie con la trasformazione lungo il filo con velocità v, cρ′=γ(cρ−βjx). Per gli ioni, Jμ=(cρ0,0), quindi ρ+′=γρ0. Per gli elettroni, Jμ=(−cρ0,−ρ0v), quindi
cρ−′=γ(−cρ0+βρ0v)=−γcρ0(1−β2)=−γcρ0.
La densità totale è ρ′=ρ0(γ−1/γ)=γβ2ρ0, positiva.
Commento: nel laboratorio una carica ferma vicino al filo non sente forze, e una carica che si muove insieme agli elettroni sente la forza magnetica della corrente. Nel sistema degli elettroni quella stessa carica è ferma, quindi non sente forze magnetiche: sente invece la forza elettrica del filo, che lì è carico. È la stessa forza descritta in due sistemi, e la magnetostatica si rivela un effetto relativistico dell’elettrostatica. Il fattore β2, con velocità di deriva degli elettroni di frazioni di millimetro al secondo, è minuscolo, ma è moltiplicato per la densità di carica enorme degli elettroni di conduzione, e per questo le forze magnetiche tra fili percorsi da corrente si misurano facilmente.